
24 agosto 2009
intermezzo in nero

21 agosto 2009
all'ombra del grande timoniere
1. La Cina è vicina?
All’aeroporto arrivo come al solito, ovvero con un anticipo ridotto al minimo e strettamente necessario per cercare di non dover prendere l’aereo al volo come Fantozzi l’autobus sulla sopraelevata del Pigneto. Anche il bagaglio è, come di costume, impacchettato last minute, per cui doccia al volo e si parte. Roma-Beijing passando per Helsinki, scelta probabilmente perdente in termini di attesa all’aeroporto intermedio, ma sicuramente vincente in termini di prezzo, per cui da prendere al volo. E tutto sommato non è nemmeno la più brutta delle città dove atterrare ed è anche abbastanza in linea con la tratta da percorrere, niente di paragonabile con altre geniali combinazioni che ho dovuto provare in momenti di necessità, tipo Roma-Eindhoven passando per Londra oppure Budapest-Marsiglia passando per Bruxelles. L’unico peccato è che l’aeroporto si trova abbastanza fuori città, per cui l’idea di utilizzare il tempo tra i voli per fare un salto in centro a godersi qualche ora di sole sull’Esplanade, magari accompagnata da salmone marinato e Lapin Kulta è destinata a svanire presto. In realtà sia la Lapin Kulta che il salmone marinato non me li sono fatti mancare…certo, in una cornice sicuramente meno affascinante, quale può essere il tavolino di uno dei caffè dell’aeroporto di Vantaa.
Con queste premesse, sono imbarcato anche sul secondo volo e ho scoperto con mia grande sorpresa – era un po’ che non facevo un volo intercontinentale – che ormai l’intrattenimento a bordo ha raggiunto livelli di tecnologizzazione per cui ogni passeggero può scegliere il tipo di intrattenimento audio o video che desidera con un offerta per nulla malvagia. Per cui, decidendo di rivedermi Watchmen e qualche puntata tra Simpson e i Griffin nel periodo non occupato dal sonno e dal fantastico cibo di bordo (che, va detto, non era nemmeno eccessivamente malvagio) mi sono ritrovato a muovermi in volo quasi parallelo alla transiberiana.
E devo dire anche che speravo che la prima impressione di Beijing mi venisse dall’alto e forse così tutto sommato è stato, anche se non nel modo che intendevo io. Infatti, le prime nitide immagini della città che ho ricevuto erano solamente quelle della pista di atterraggio un minuto prima di toccare terra, per il resto, tutt’attorno c’erano solo foschia e cappa che fino all’ultimo mi hanno fatto pensare che fossimo ancora fra le nuvole.
2. La biopolitica al tempo dell’aviaria
È cominciato tutto così: a bordo, insieme alla dichiarazione di ingresso, adesso ti servono anche un modulo da compilare atto ad investigare i tuoi recenti e futuri spostamenti e a chiederti se tu o qualche tuo sodale possiedano sintomi che facciano presagire un contagio da parte del virus H5N1. E fino a qui, tutto sommato la cosa poteva anche sembrarmi ragionevole, visto il panico scatenato ovunque a mezzo stampa. Tuttavia, già il primo sentore che qualcosa non andasse così semplicemente si è avuto quando ci è stato intimato di non scendere dall’aereo anche quando questo fosse atterrato completamente e di attendere l’ok dall’ispettore sanitario. Ma la cosa più impressionante è stato vedere il sistema di filtri e barriere che è stato messo in atto prima del controllo dei visti (ovvero nel punto in cui il famoso modulino di cui sopra avrebbe dovuto essere consegnato). Tre posti di blocco consecutivi ognuno munito di rivelatore infrarosso per stimare a distanza la temperatura corporea, e canali differenziali rispetto alle zone di origine, un altro modo di gestire le frontiere e le linee di confine. Ma questo non è ancora tutto, arrivato alla mia residenza, una specie di studentato per ospiti e dottorandi internazionali, mi è stato intimato di presentarmi ogni mattina per 7 giorni affinché potessero rilevare la mia temperatura corporea e sincerarsi che non diffondessi la pandemia in tutta la Cina. Credo che la mia salute non sia stata mai monitorata così tanto…..
3. Train a-ride
Avendo già anticipato il mio arrivo alla residenza, faccio un passo indietro per parlare del viaggio dall’aeroporto alla residenza stessa. Devo qui premettere, che a questo punto già non ero più da solo perché, nel frattempo, il mio collega americano Pete e la sua ragazza Sharon, di Shanghai (ovviamente lei non si chiama così, si chiama qualcosa tipo Fei Min, ma capita spesso, soprattutto in contesti lavorativi transnazionali, che i locali forniscano una versione occidentalizzata del loro nome, anche se le volte che mi è capitato di imbattermi in tali situazioni mi è sempre stato difficile riconoscere il nesso tra un nome e l’altro). Comunque, considerata l’ora d’arrivo e la possibilità di rimanere bloccati per ore nel traffico, scegliamo di lasciare da parte il taxi che, a dispetto di molte città del mondo, costituisce una delle forme di mobilità più economiche qui in Cina, e optiamo per la combinazione treno-metropolitana. Entrambi costituiscono parte dell’eredità delle recenti Olimpiadi e sono tra i mezzi migliori per spostarsi, anche se meritano quanto meno un paio di considerazioni. La prima riguarda il treno che congiunge il centro cittadino con l’aeroporto: secondo le ultime stime, attraverso l’aeroporto di Beijing l’anno scorso sono transitati qualcosa come 85 milioni di passeggeri….beh, con questi numeri fa strano immaginare che un treno pensato ex novo abbia uno spazio dedicato solo per una decina di valigie a vagone, dando luogo a dei livelli di incastro degni del miglior tetris. La seconda considerazione riguarda la metropolitana, ma in realtà le situazioni di folla in generale. È ovvio e pensabile che in una città che conta più di dieci milioni di abitanti, per quanto frequente possa essere, la metropolitana nelle ore di punta sarà sempre strapiena, e per questo sicuramente la metro A di Roma costituisce un’ottima palestra, però quello che è impressionante è l’approccio Mai dire Banzai con cui gli autoctoni praticano l’obiettivo….
4. Una pizza in compagnia, una pizza da soli….
Ovviamente avrei fatto meglio a scrivere un wanton (o, nella codifica pinyin, un hun-tun) ma la citazione eliana penso possa essere una buona introduzione a questo sottoparagrafo dedicato alla parte culinaria – ovviamente ancora parziale – di questo viaggio. Il cibo, come tra l’altro in molte culture, costituisce un elemento di socialità assolutamente predominante: discussioni d’affari, discussioni di lavoro, chiacchiere tra amici…ogni occasione è buona per non dover affrontare il resto della giornata a stomaco vuoto. E il nostro ospite Zhou Yiang non è stato da meno per cui – riusciti ad estorcere una lieve dilazione di tempo per poterci fare una doccia – siamo subito stati portati a mangiare. E così sono subito entrato in contatto con una di quelle che sono le caratteristiche principali della cucina cinese, ovvero l’assoluta varietà di piatti che essa è in grado di offrire. Che si tratti di carni, pesci, verdure, zuppe, i menù cinesi trasformano in cibo qualsiasi cosa si muova o anche resti ferma …Asino, anguilla, tartarughe, molluschi di varia natura, funghi e altre piante dall’origine botanica assolutamente sconosciuta…persino il tofu riesce quasi a sembrare saporito. E, ovviamente, stando a Pechino, il piatto nazionale…ovvero l’anatra arrosto, non per altro chiamata anatra alla pechinese. La prima che assaggio è in un ristorante in cui ci porta il capo di Sharon e sicuramente è un ottimo inizio. Il ristorante si chiama Da Dong e per cinque anni è stato votato il miglior ristorante di Pechino e, per quanto la mia breve conoscenza della città mi ha permesso di apprezzare, potrei senza dubbio essere d’accordo con chi ha stilato la classifica: già uno sguardo al menù (che credo abbia più pagine del libretto rosso) rappresenta un’esperienza gastronomicamente mistica… Da Dong rappresenta uno di quei posti dove si capisce che la cucina cinese è ben oltre l’immagine che noi ne ricaviamo, ovvero di quella di una cucina a buonissimo mercato e di qualità mediocre: questo è un posto dove tale cucina raggiunge livelli da gourmet. Aiutati dal fatto di essere stati invitati, e quindi di non essere noi a dover pagare, affrontiamo a cuor leggero la prova, iniziando con assaggi di alcuni degli invitantissimi piatti del già citato menù, ma soffermandoci soprattutto su di lei, la protagonista indiscussa della serata, ovvero l’anatra.
Non se ne abbiano a male gli amanti di Paperino o Daffy Duck, però l’anatra alla pechinese è sul serio un piatto speciale. Prima di tutto il concetto: per i pechinesi è un po’ come per noi il maiale…non si butta niente, e infatti, a chiusura di cena (altra particolarità cinese, le zuppe si servono alla fine, e non all’inizio del pasto), alcune parti non utilizzate per l’arrosto ci sono state servite sotto forma di brodo. Poi, il piatto in sé: come ci è stato spiegato dai nostri meticolosi ospiti, c’è una logica da seguire nella degustazione del volatile nazionale, logica che, anche in questo caso, va un po’ a sovvertire il nostro sentire comune. Infatti, si parte con il dolce (per modo di dire) per poi continuare. Quello che io chiamo dolce non sarebbe altro, in realtà, che la cotenna dell’anatra da immergere nello zucchero e mangiare. Deliziosa. Per poi proseguire con il resto della carne, da accostare a verdure crude di vario genere, principalmente cetrioli e rafano, ed imbustare in una specie di crèpe o in un panino al sesamo.
5. Drive my car
Al traffico e alla guida sportiva credevo di essere preparato, vivendo a Roma e comunque avendo ascendenze da terre in cui la guida ordinata e disciplinata è un optional, ma devo dire che girare in macchina per le strade della Cina è assolutamente un’esperienza. Da un lato perché comunque, soprattutto in città come Beijing, che hanno più di 10 milioni di abitanti, in certi momenti della giornata prendere la macchina significa essere consapevoli del fatto che si rimarrà bloccati su qualcuna delle migliaia di strade cittadine le quali, nonostante molte siano a tre o più corsie, comunque non riescono a smaltire il traffico veicolare. Dall’altro, perché un modo di guidare simile non si vede nemmeno nel videogioco più audace. Biciclette che tagliano la strada o che cambiano direzione all’improvviso, ritrovandosi ad andare contromano, macchine che fanno lo stesso, tassisti che si fanno avanti armati di sterzo e clacson e chi più ne ha più ne metta. Ma soprattutto, degno di nota è l’approccio alle strade statali, soprattutto quelle in cui il traffico veicolare non è distribuito in maniera simmetrica tra le due direzioni di marcia: infatti, in questi casi, l’automobilista cinese tende ad occupare entrambe le carreggiate, incurante del fatto che dall’altro lato possa da un momento all’altro arrivare qualcuno, e riservandosi la possibilità di rientrare sulla carreggiata giusta a tempo di record nel momento in cui quel qualcuno stesso si palesi. Quando siamo andati a visitare la grande muraglia, credevo che il farmi stare seduto al posto accanto al guidatore fosse una cortesia che i miei ospiti mi facevano in quanto forestiero e per la prima volta in cina….soltanto dopo ho capito che era perché anche loro avevano paura della guida di chi ci stava accompagnando…..
03 agosto 2009
Other voices, other rooms...
30 luglio 2009
Maledetta Lisbeth!!

Now judge judge I had debts no honest man could pay
The bank was holdin' my mortgage and they was takin' my house away
Now I ain't sayin' that makes me an innocent man
But it was more 'n all this that put that gun in my hand...
Mi ero ripromesso di leggere la trilogia di Stieg Larsson molto tempo fa, quando in una delle meno recenti visite in Danimarca avevo visto i libri appena usciti e mi ero fatto tradurre da un amico locale le quarte di copertina, poi in attesa delle traduzioni in una delle lingue che potessi leggere in maniera più fluente, avevo lasciato da parte l'idea e mi ero buttato nel frattempo su tanti altri libri di vario genere.
Alla fine, grazie soprattutto ad un'ottima traduzione inglese (di gran lunga migliore di quella italiana, sia come ritmo narrativo che come resa dell'originale svedese - per quel pochissimo di scandinavo che riesco ad intuire) e ad una meravigliosa offerta half price, che mi ha permesso di acquistare i primi due volumi 4 pounds l'uno, mi sono gettato nell'impresa.
Beh, il risultato è stato che la costruzione narrativa di Larsson, la sua scrittura a un tempo asciutta e polifonica, e l'ottima caratterizzazione dei protagonisti hanno fatto sì che mi divorassi le più di mille e settecento pagine dei tre volumi in poco più di quattro giorni (complici anche un po' di trasferimenti aerei, treni e bus che nel frattempo ho dovuto prendere).
E va detta un'altra cosa...negli ultimi anni, si è andata delineando una tendenza che sembra aver identificato nel noir, o, se si preferisce il termine, nelle crime novels, il genere d'elezione per cartografare i divenire della e nella società contemporanea. Prendendo a prestito delle categorie già analizzate da Manchette e poi da Girolamo de Michele, si può affermare che il noir sia un genere etico (e in molti casi, sia il piano dove l'etica si contrappone alla morale). E proprio questa caratterizzazione riappare spesso nei romanzi di Larsson, in particolare incarnata nelle figure dei protagonisti ma non solo. A tale proposito, mi piace chiudere, rubando una frase a Lisbeth Salander, e in particolare una delle frasi che ho amato di più in tutta la trilogia.
non esistono innocenti. ci sono, tuttavia,
diversi gradi di responsabilità
20 luglio 2009
s...concerti
06 marzo 2009
Riletture notturne

"Triste, quella sera, lo ero. La morte di Ugo mi restava sullo stomaco. Mi sentivo oppresso. E solo. Più che mai. Ogni anno, cancellavo dalla mia agenda gli amici che facevano discorsi razzisti. Trascuravo coloro che sognavano solo macchine nuove e vacanze al Club Med. Dimenticavo tutti quelli che giocavano al lotto. Amavo la pesca ed il silenzio. Camminare sulle colline. Bere del Cassis freddo. Del Lagavulin, o dell'Oban, tardi nella notte. Parlavo poco. Avevo le mie idee su tutto. La vita, la morte. Il Bene, il Male. Andavo matto per il cinema. Ero appassionato di musica. Non leggevo più i romanzi contemporanei. E più di tutto mi facevano schifo i pavidi, i mollaccioni.
Tutto ciò, aveva sedotto parecchie donne. Non ero riuscito a tenerne neppure una. Ogni volta rivivevo la stessa storia. Quel che a loro piaceva in me, si mettevano a cercare di cambiarlo, appena sistemate nelle lenzuola nuove di una vita in comune. 'Nessuno ti cambierà' mi disse Rosa andandosene, sei anni fa. Ci aveva provato per due anni. Ma avevo resistito. Ancora di più che con Muriel, Carmen e Alice. E poi alla fine, una notte, mi ritrovavo davanti a un bicchiere vuoto e un posacenere pieno di cicche."
08 gennaio 2009
...c'era la neve.....
Il mese arrivato di colpo è stato quello di gennaio, che con i suoi fuochi della mezzanotte si è portato via gli ultimi strascichi del recente anno bisestile. Una mezzanotte che, almeno per quanto mi riguarda, è stata anticipata di almeno tre ore dallo zelo dei miei vicini di casa danesi, che hanno iniziato a tirare fuori razzi ed armamentari vari ed a sparare già dalle nove di sera. Ma non è di Copenhagen che voglio parlare qui, quanto della fine delle mie vacanze e, quindi, dei due giorni che - proprio di ritorno dalla capitale danese - ho passato in un'altra delle città del mio cuore, Berlino.Questa volta, per citare una delle canzoni che mi dispiace meno di un cantautore che in genere non amo troppo, la neve c'era e ce n'era pure tanta ad imbiancare le strade, i palazzi ed i parchi, con Görlitzer Park che si era trasformato in un'enorme pista di slittino per la gioia di tutti i bambini del circondario. Ed è stato ancora più suggestivo del solito camminare alle ultime luci del tramonto tra i blocchi di calcestruzzo che costituiscono il Denkmal für die ermordeten Juden Europas, anch'essi coperti di neve quasi a richiamare alla memoria i versi del noto cantautore modenese.
Infine la sera....passata alla Philharmonie ad assistere ad una delle più belle interpretazioni del concerto per pianoforte di Schumann, in cui la direzione orchestrale di Barenboim (impreziosita dal suo essere originariamente pianista) si è perfettamente fusa con la maestria strumentale di Pollini. Contrappunti inauditi (in senso letterale, mai ascoltati prima in maniera così chiara), fraseggi perfetti e sopra ogni cosa la gioia di fare musica. E il Ravel orchestrale della seconda metà del concerto non è stato di certo da meno.
02 gennaio 2009
Yet another movie
Potenza della rete...nonostante il film non sia ancora uscito nemmeno in molte delle sale americane, grazie un sito che e' una vera e propria cineteca in streaming sono riuscito a vedere in anteprima il film che ha vinto Venezia e che ha buone probabilita' di portarsi a casa almeno due Oscar "pesanti". Non nascondo che il mio giudizio possa essere falsato dal fatto che in genere i film sullo sport mi piacciono molto, anche perche' spesso riescono a parlare della vita a 360 gradi, lo sport stesso essendone una metafora spesso nemmeno troppo celata.
Ad ogni modo, The Wrestler risulta senz'altro un film ben fatto, con un Mickey Rourke superlativo nella parte del lottatore ormai cinquantenne e relegato nei circuiti di serie D, costretto ad arrotondare con un lavoro part time ai grandi magazzini e praticamente privo di rapporti interpersonali, se non quelli - inizialmente mediati dal denaro - con la spogliarellista Marisa Tomei (anche lei in grande spolvero).
Non e' un film di lunghi dialoghi questo, ed e' proprio questa caratteristica che fa risaltare ancora di piu' la grandezza recitativa di Rourke, in grado di alternare espressioni che spesso passano quasi senza soluzione di continuita' dal sardonico al disperato, dallo sbruffone alla piu' cupa fragilita'.
...E a fare da ciliegina sulla torta, una splendida canzone del Boss ad accompagnare i titoli di coda.
Have you ever seen a one-legged man trying to dance his way free?
If you've ever seen a one-legged man then you've seen me
11 dicembre 2008
Un'altra volta, un'altra onda

La data che porta il mio ultimo post è quella di poco più di due mesi fa. Soli due mesi eppure ne son successe di cose, molte delle quali - per una ragione o per l'altra mi hanno costretto a trascurare questo blog più del solito. Ancora per qualche giorno continuo a dividere i miei giorni tra Roma e Copenhagen, anche se dovrei dire Frederiksberg, visto che nel frattempo ho cambiato appartamento, con un gruppo di amici che si è andato via via allargando e rapporti che hanno acquistato maggiore consistenza.
Y te acercas, y te vas
después de besar mi aldea.
Jugando con la marea
te vas, pensando en volver.
Eres como una mujer
perfumadita de brea
que se añora y que se quiere
que se conoce y se teme.
Le note di Serrat fanno compagnia alle luci della notte che si mescolano con i fumi degli ultimi camini rimasti accesi...fa strano sentir parlare di Mediterraneo con l'aria che promette neve ed i mercatini di Natale a far da contrappunto alle banchine lungo i canali di questi nordici porti, ma ci sta anche questo.
E poi, non era di questi mari che volevo andare a parlare, ma di altre onde e mareggiate. Già, perché in quest'arco di tempo di silenzio, si è dato anche qualcos'altro: l'intreccio tra la crisi globale e la crisi del sistema universitario ha prodotto il più grande movimento universitario da molti anni a questa parte e una lotta moltitudinaria che si è estesa a praticamente tutte le componenti del lavoro immateriale. E così l'onda si è gonfiata sempre più, fino a diventare la mareggiata del 14 novembre, con la successiva assemblea nazionale, ha invaso le strade, le piazze, i teatri ed altro ancora. E non solo in Italia. Da Barcellona ad Utrecht, da Madrid a Parigi, ed anche qui a Copenhagen è stato tutto un moltiplicarsi di iniziative, di dimostrazioni, di azioni.....
"Il sapere che produciamo è ricchezza e ce la stanno rubando, romperemo gli orologi e le bilance per misurare le nostre conoscenze e stabilire la rata del nostro debito, romperemo le regole del nostro sfruttamento.
Siamo troppo veloci per essere catturati, siamo troppo produttivi per essere sfruttati, siamo troppo travolgenti per essere fermati. La nostra felicità è la vostra crisi.
Siamo l'esercito del surf e abitiamo le pieghe dell'onda.
Arrendetevi, siete circondati!"
08 ottobre 2008
Non è proprio questione d'amore, è qualcosa di più...
Ci sono giorni in cui - chi più chi meno - ci si chiede se abbia senso scrivere o parlare d'amore non meno di quanto ci si possa chiedere se l'amore esista o meno e che cosa significhi essere innamorati. E in caso affermativo, in che modo si possa parlare d'amore. Per quanto mi riguarda, ci sono pochi dialoghi che riescano a competere con la sognante freschezza di Irene Jacob e l'ellittica profondità di Jean Louis Trintignant nella scena centrale di Film Rosso.
"C'è qualcuno che lei ama?"
"No"
"E' mai stato innamorato?"
"Stanotte ho sognato, ho sognato lei. Aveva 40 o 50 anni ed era felice"
"Di solito i suoi sogni si avverano?"
"Era tempo che non sognavo qualcosa di così bello"
06 ottobre 2008
In fila per tre....

Riprendere a scrivere quando si è in silenzio per un po' può spesso risultare difficile, non tanto perché si interrompe il contatto col lettore - ché molte volte si scrive più per se stessi che per gli altri - quanto piuttosto, soprattutto quando si parla di un blog, e quindi quasi di una sorta di diario, il tempo continua a scorrere inesorabilmente e ad argomenti si sommano argomenti per cui uno vorrebbe in un colpo solo parlare di tante cose. Ed è così anche in questo caso....settimane di silenzio che hanno sono state settimane di vita, incontri e situazioni da raccontare, libri e film, persone, città, ma anche settimane di eventi che al personare possono attenere in maniera più o meno stretta. E allora da dove cominciare?
E mi verrebbe quasi da rispondere, con Troisi, ricomincio da tre, anche per dare un senso a quel numero che ho messo nel titolo, e la risposta in realtà, così come il titolo stesso non sarebbe peregrina. Tre nomi, tre persone, tre artisti per i quali non è stato aprile il più crudele dei mesi, ma il settembre appena trascorso. Due non li conoscevo direttamente, ma solo attraverso la loro arte e quello che hanno saputo darmi. Il primo, con le note di quella tastiera che tante volte ho risuonato in concerto, il secondo con i suoi occhi blu e i suoi personaggi memorabili (Cool Hand Luke, Butch Cassidy, "Fast" Eddie Felson). Il terzo invece era il meno famoso dei tre, ma era un amico. Molti lo conoscevano per una o due canzoni, alcuni altri avranno canticchiato mille volte il suo ritornello più famoso, ignorandone l'autore...Eppure Stefano di canzoni ne ha scritte tante, fino all'ultimo; anzi, negli ultimi anni aveva ripreso a fare dischi (autoprodotti) con una frequenza che tradiva la sua voglia di fare musica e di comunicare. Un ricordo fra tutti....un giorno mi chiama e mi dice che vuole registrare alla stazione di Manziana, perché c'è un'acustica splendida e, in fondo, passa solo un treno ogni ora. E così, minidisc alla mano, siamo andati lì e l'acustica era veramente perfetta, ma quello che ricordo di più era la sua voglia di suonare, una lunga teoria di musica, da john denver a lennon passando per pezzi suoi, musiche di ispirazione caraibica ed un vasto repertorio fingerpicking, genere del quale era maestro. Ecco, se devo pensare a Stefano mi piace ricordarlo così....
Grazie per i giorni ad occhi aperti
grazie per gli amici, quelli veri
per i sentimenti ancora incerti
diventati poi sinceri
grazie forse un po' all'età
...
grazie per le sere coi parenti
per le botte in mezzo ai denti
da chi non sente pietà
e grazie per i sentimenti belli
perché in fondo sono quelli
la mia sola libertà.
Ma, parlando di canzoni, voglio chiudere questo post con le parole di quella che è forse, tra quelle che Stefano ha scritto, la mia preferita, per più di un motivo.
L’inverno passava qualcuno di lì
Il nastro girava, suonava “Lilly”,
Girava il pallone, lo stadio impazzì
La voce tremava, l’inverno finì.
E poi primavera, e qualcosa cambiò
Qualcuno moriva, e su un ponte lasciò
Lasciò i suoi vent’anni e qualcosa di più
E dentro i miei panni, la rabbia che tu
Da sempre mi dai, parlando per me
Scavando nei pensieri miei,
Guardandomi poi dall’alto all’ingiù
E forse io valgo di più.
L’estate moriva, Bologna, tremò,
La dalia fioriva e la gente pensò
Dei tanti domani vestiti di jeans
Chiamandoli “strani”, ma non fu così
E quando m’incontri, se pensi di me
Tu sappi che il sole che splende per te
E il grano che nasce, e l’acqua che va
E’ un dono di tutti, padroni non ha
E il grano che nasce, e l’acqua che va
E’ un dono di tutti, padroni non ha.
19 agosto 2008
Live from Denmark
Quasi venti giorni e di questa ennesima permanenza danese ho scritto poco più che un paio di righe incidentali in un altro post. Come si vedrà, effettivamente, anche questa volta la città non sarà che un punto di partenza per parlare d'altro, ma tant'è. Copenhagen, dicevamo, d'estate mostra il suo vestito della festa: lunghe giornate accompagnate da quella luce del nord di cui ho già parlato, concerti in diverse piazze, giardini in fiore e tavolini fuori, come un lungo ed unico bistrot che si dipana per i canali. Niente residenza universitaria questa volta, ma un appartamento nel quartiere di Amager (che gli autoctoni, evidentemente preoccupati per lo stato dei loro polmoni, pronunciano Ama' risparmiando ben tre lettere...), quartiere che la mia guida non esita a definire operaio e che probabilmente adesso si va gradualmente gentrificando, vista la sua vicinanza con il campus universitario. Ma torniamo all'appartamento: al di là del noto gusto danese per il design, che fa sì che qualsiasi posto anche piccolissimo qui sia arredato piacevolmente, la casa possiede un elemento fondamentale che me l'ha fatta amare fin da subito, ovvero un giradischi. A questo si aggiunga che i miei padroni di casa mi hanno lasciato un'ampia collezione di vinili (e anche di cd, va detto) di quelli che avrei potuto benissimo aver comprato io: Johnny Cash, Nick Cave, Jeff Buckley, Cohen ed Eric Clapton, Dire Straits e Led Zeppelin, solo per citarne alcuni. E tra questi, oggi mi va di fermarmi a parlare di uno in particolare.L'autore è di quelli che per molti lettori di questo blog - e non solo - non ha bisogno di molte presentazioni ed il disco in questione è tra i suoi più famosi e, a mio parere, più belli. Come forse si poteva già intuire dalla foto scelta come apertura di questo post, sto parlando di Willie Nelson e del suo "Across the borderline". La struttura del disco assomiglia molto a quella che avrebbe poi caratterizzato gli American Recordings di Johnny Cash: collaborazioni di alto livello ed un repertorio fatto di molte cover e qualche inedito dello stesso Willie.
And I don't know a soul who's not been battered
I don't have a friend who feels at ease
I don't know a dream that's not been shattered
or driven to its knees
Si comincia con la chitarra di Paul Simon a fare da contrappunto alla voce di Willie che interpreta la sua American Tune, quasi un recitativo in alcuni punti sostenuto solo da un arabesco di pedal steel a ricordare come non ci si possa sentire benedetti per sempre.
Other people say
stop living in the past
but when there's nothing left
it's your memory that lasts
Ed a ribadire questo concetto, seppure in un ambito più ristretto, ci pensa il brano successivo, Getting over you, dove la voce di Bonnie Raitt ci accompagna attraverso i cocci di un amore finito, che è sempre difficile lasciarsi alle spalle.
I was taught to fight, taught to win
I never thought I could fail
No fight left or so it seems
I am a man whose dreams have all deserted
Ive changed my face, Ive changed my name
But no one wants you when you lose
E così dopo un omaggio a John Hiatt e al suo peccato meno originale troviamo un'altra perla del disco: parole e musica di Peter Gabriel e la voce di Sinead O' Connor per dipingere un altro personaggio borderline in cerca di riscatto.
There's a home place under fire tonight in a heartland
And bankers are taking the homes and the land away
There's a young boy closin' his eyes tonight in a heartland
Who will wake up a man with some land and a loan he can't pay
Ancora un duetto, una canzone che si dice sia stata scritta a quattro mani via fax (un po' come Massimiliano ed Andrea per città di frontiera), un altro nome che non ha bisogno di presentazioni, mr. Robert Zimmerman, ancora un'immagine in musica della dissoluzione del sogno americano.
When you reach the broken promised land
And every dream slips through your hands
Then youll know that its too late to change your mind
cause youve paid the price to come so far
Just to wind up where you are
And youre still just across the borderline
Avrei dovuto dire due immagini, perché senza soluzione di continuità si passa ad un'altra cover "di lusso", quell'Across the Borderline di Ry Cooder e John Hiatt che dà il titolo al disco. La terra promessa è 'broken' esattamente come si rivelerà in alcune canzoni di Springsteen (che non a caso ha più volte cantato dal vivo questa canzone, che ultimamente è stata ripresa anche da Tom Russell) e il Rio Grande un sospiro che scorre tra la vita e la morte. La voce di Kris Kristofferson ai cori impreziosisce ulteriormente questo brano.
E ancora omaggi al Dylan di Oh mercy e a Paul Simon (Graceland), più due cover di Lyle Lovett insieme ai pezzi scritti direttamente da Willie concorrono a fare di questo un gran disco.
18 agosto 2008
Ubriacarsi di luna, di vendetta, di guerra....

Ci sono canzoni che si portano dentro per lungo tempo e poi riaffiorano quando meno te le aspetti. In questo caso, di fronte ad un tramonto su una panchina da cui si potevano vedere i due laghi (Martignano e Bracciano), con il cielo appena ripresosi da uno di quegli acquazzoni che di tanto in tanto punteggiano l'estate. Il resto l'hanno fatto un filosofo ed una chitarra, ed un De Gregori d'annata.
Due zingari (Francesco De Gregori)
Ecco stasera mi piace così
con queste stelle
appiccicate al cielo
la lama del coltello
nascosta nello stivale
e il tuo sorriso
trentadue perle
così disse il ragazzo
nella mia vita non ho mai avuto fame
e non ricordo sete
di acqua o di vino
ho sempre corso libero,
felice come un cane.
Tra la campagna e la periferia
e chissà da dove venivano i miei
dalla Sicilia o dall'Ungheria
avevano occhi veloci come il vento
leggevano la musica
leggevano la musica nel firmamento
Rispose la ragazza ho tredici anni
trentadue perle nella notte
e se potessi ti sposerei
per avere dei figli
con le scarpe rotte
girerebbero questa
ed altre città
questa ed altre città
a costruire giostre
e a vagabondare
ma adesso è tardi
anche per chiaccherare.
E due zingari stavano appoggiati alla notte
forse mano nella mano
e si tenevano negli occhi
aspettavano il sole
del giorno dopo
senza guardare niente
sull'autostrada accanto al campo
le macchine passano velocemente
e gli autotreni mangiano chilometri
sicuramente vanno molto lontano
gli autisti si fermano
e poi ripartono
dicono c'è nebbia,
bisogna andare piano
si lasciano dietro
un sogno metropolitano.
11 agosto 2008
senza titolo
Una dedica ad un caro amico. Senza aggiunta di altre parole, solo quelle di questa canzone. Ed un abbraccio forte.Ninna Nanna (Vecchioni)
perdonerai a tutti e non a te
aspetterai come è tuo solito
finché verrà la luna a prenderti
e parlerai di me con tutti quanti
so che parlerai e che ci credo
e che son l'unico dirai, ma sbaglierai.
Invecchierai, sarà difficile
vederti più, quasi impossibile
e non dovrai star con le carte su
non tornerò mai più per ultimo,
ricorderai di me le sere
che parlavo insieme a te
di un vecchio amore che non è finito mai
e il mio dolore rivedrai.
Invecchierai guardando fuori ma
cucinerai cipolle insipide fin quando puoi
leggera come sei tu volerai, oh sì che volerai
e sognerai, che tanto
non ti costa niente, sognerai
che io sia grande come mi vorresti tu
e piegherai la testa, e allora dormirai.
10 agosto 2008
evasioni
La east side gallery è un tratto di muro di più di un chilometro lungo la Spree al confine tra Friedrichshain e Kreuzberg. Dopo il 1989, il lato est di questo tratto di muro ha fatto da tavolozza ad artisti tedeschi ed internazionali più o meno noti, che si sono avvicendati nell'arricchirlo con i loro contributi. Ma un tratto di muro è un'opportunità troppo ghiotta non solo per gli artisti di strada o meno, ma per chiunque abbia qualcosa da comunicare: e così in calce ad uno dei vari graffiti, qualcuno aveva lasciato una scritta, in italiano. Una scritta che per tutto il tempo del viaggio ho cercato di ricordare da dove fosse stata presa e della cui origine sono venuto a capo solo oggi. Era una frase tratta da un programma radiofonico di qualche tempo fa, che forse molti ricorderanno e la lascio a chiusura di questo breve post:Un uomo solo che guarda il muro è un uomo solo. Ma due uomini che guardano il muro è il principio di un'evasione.
09 agosto 2008
Alexanderplatz, aufwiedersehen
Ci sono giornate che cambiano di volto quando meno te l'aspetti, ed oggi è stata una di queste, per vari motivi - il più esteriore dei quali legato alla variabilità meteorologica che in questi giorni sta caratterizzando le mie giornate nel Nord-Europa. Già perché oggi sono di nuovo a Copenhagen, di ritorno da una troppo corta parentesi berlinese, che ha riempito le mie precedenti giornate di amici, di ricordi e di una lunga teoria di racconti e di foto, ma di questo parlerò dopo.Dicevamo di oggi: il cielo mattutino apparentemente sereno mi aveva suggerito di andare a lavorare in bicicletta, ignaro del fatto che la mia diversità antropologica dal danese medio (fatta di svariati centimetri di meno in altezza) accoppiata all'assenza di una brucola nel raggio di chilometri me l'avrebbero repente impedito. Tuttavia Giove pluvio aveva pensato bene di venire incontro alla mia delusione di non potermi allenare per il prossimo tour de france scatenando poco dopo un lunghissimo temporale - per una volta coincidente con l'orario d'ufficio (allungato attraverso qualche partita di ping pong - eh sì...il gruppo di ricerca con cui collaboro ha un tavolo da ping pong nella sala riunioni!! - per evitare di tornare a casa zuppo).
E così, quando ero già rassegnato a buttarmi in un autobus e tornare a casa il più velocemente possibile, Copenhagen mi ha restituito uno di quegli spettacoli per cui amo i paesi scandinavi: il cielo si è aperto improvvisamente, lasciando spazio ad una luce vespertina che ravvivava gli edifici di mattoni rossi così tanto comuni nel centro della città e lo spettro del viaggio in autobus si è trasformato in una lunga passeggiata al sole del tramonto.
Ma dicevamo di Berlino prima....e tutto sommato anche il titolo di questo post suggerirebbe che dovrei parlarne...c'erano tante persone, ognuna con i suoi diversi motivi dietro questo viaggio: porte da aprire o da chiudere, voglia di stare insieme, curiosità per il non visto, voglia di mettere punti, virgole o semplicemente spazi, e tanto altro. Ed è così che un pranzo in una kneipe di Mitte può trasformarsi senza soluzione di continuità in uno spettacolo di magia: tutto sta ad incontrare il cameriere giusto, giusto e particolare come l'altro cameriere, quello del chiosco a Treptower park, che almeno da che io ricordi è sempre stato lì (il cameriere, non tanto il chiosco). E parlando di Treptower park, ripenso ad una camminata di una quindicina di chilometri attraverso la città, dove sembrava sempre ci fossero ancora solo 500 metri da fare, una camminata lungo il vecchio ed il nuovo che in nessun posto, nemmeno a Parigi sull'asse Defense-Champs Elysées, sembrano essere così armonicamente compresenti, e forse il chilometro e due di muro trasformato in galleria d'arte a cielo aperto a Friedrichshain ne è paradigmatica rappresentazione quasi quanto Potsdammer Platz. Ma Treptower park sono stati anche questi versi, scritti un pomeriggio:
Occhi che guardano
senza vedere
chiusi
come silenzi
troppo assordanti.
Occhi che chiedono
senza domandare
come una mano
aperta
nascosta
in una tasca.
Occhi riflessi
in altri
occhi
troppo vicini
per poter capire.
Indosso la vita
come un paio
di lenti
scure
che aspettano solo
le prime gocce
di verità.
Tutt'attorno
per ora
solo
le nuvole.
E quando si è tra amici possono capitare tante cose che vada la pena ricordare, ad esempio decidere di varare una nave di carta mentre si è in fila per vedere il Pergamon Museum, approfittando del canale sottostante. E così la piccola Jeunesse è stata vista navigare verso la Spree, ancora qualche ora dopo la nostra visita. Altri versi, questa volta più d'occasione, scritti in mezzo ad un altro prato:
Giovinezza è
una nave
di carta
su acque
troppo vaste.
Per quanto può
naviga
controcorrente.
Giovinezza
ha occhi
su di sé
mentre si allontana
ma la città
sembra
non accorgersene.
Dietro alle spalle
ancora
un altro
giorno.
02 agosto 2008
Diteggiature

"Una volta scoperto il potere della musica non si può più tornare indietro. E' come quando ti masturbi per la prima volta. Non ti puoi più fermare. Hai stappato una bottiglia e la schiuma zampilla fuori a fiotti, una pressione che ti strappa la porta dalle mani, la svelle dai cardini e non lascia che un'apertura vuota. Sapete, come quei film dove un sommergibile è colpito dalle bombe di profondità e i marinai tutti sporchi di grasso corrono al portellone della paratia stagna per cercare di chiuderlo, ma vengono scagliati in ogni direzione come barchette di sughero dalla violenza della colonna d'acqua."
25 luglio 2008
la vita cantata

Un cantautore americano forse tra i meno noti in Italia- in America i suoi colleghi gli hanno dedicato un disco tributo multiplo. Una collaborazione con un artista che amo molto, come si può intuire anche da questo stesso blog. Un'altra canzone che parla di "tre accordi e la verità".
Old man on the corner, singing my life
And he's playing that guitar with a rusty old knife
And every line that he sings rhymes with the truth
And the promise of something beyond the blues
Beyond the blues
Me and my darling took the long way around
Through the wide open countries and the heart attack towns
To every fork in the road where we've all got to choose
Between darkness and light, beyond the blues
Beyond the blues, beyond the shadows, beyond the rain
Beyond the darkness and all the pain
When you're walking in circles, with holes in your shoes
Love is the road that leads out beyond the blues
Beyond the blues
Old man on the corner has been gone for years
And that guitar in the night bled rusty tears
But there's a song that he left us we'll never lose
That love is the road that leads beyond the blues
Beyond the blues
Beyond the blues, beyond the shadows, beyond the rain
Beyond the darkness and all the pain
When you're walking in circles, with holes in your shoes
Love is the road that leads out beyond the blues
Beyond the blues
Love is the road that leads out beyond the blues
24 luglio 2008
Dellamorte dellamore

Non si parla di Tiziano Sclavi in questo post, e nemmeno di indagatori dell'incubo a fumetti. Invece, oggi voglio parlare di un disco - uscito ormai più di dieci anni fa - al quale sono molto legato. In qualche modo, potrei dire che questo post è il prequel di un post scritto mesi addietro su questo stesso blog; sì, perché l'album in questione è Murder Ballads, di Nick Cave. Di cosa sia una murder ballad e delle sue origini ho discusso già in quell'occasione, quindi approfitto di questo post per spendere qualche parola sul disco in questione. Un disco a mio parere perfetto sia nella scelta dei musicisti e degli ospiti, che negli arrangiamenti, ma soprattutto un disco dove il registro baritonale di Cave si modula per dare corpo ad una narrazione polifonica che assume i più svariati tratti dal guignolesco, al beffardo, al drammatico. Ballate dove sogno ed incubo si alternano al ritmo delle strofe e spesso si confondono, proprio come le voci che le sottolineano duettando. Ironia pungente e dissacrante, come quella di chiamare la canzone d'apertura - storia di un uomo che uccide moglie e figli - Song of Joy, giocando sul doppio senso del nome. Ci sono dialoghi degni del miglior Tarantino, e Stagger Lee ne è un valido esempio:
Just then in came a broad called Nellie Brown
Was known to make more money than any bitch in town
She struts across the bar, hitching up her skirt
Over to Stagger Lee, she starts to flirt
With Stagger Lee
She saw the barkeep, said, "O God, he can't be dead!"
Stag said, "Well, just count the holes in the motherfucker's head"
She said, "You ain't look like you scored in quite a time.
Why not come to my pad? It won't cost you a dime"
Ed è forse il gioco dei registri narrativi una delle caratteristiche più importanti del disco, registro colto, quasi da Child ballad e registro gergale, intermezzi corali e narrazione individuale (l'uso iterato dell'io narrante è uno degli stilemi più utilizzati nelle murder ballads), folk irlandese, rock tradizionale macchiato di elementi industriali, altre voci ed altri registri (PJ Harvey, Kylie Minogue, Shane McGowan). E' difficile scegliere un esempio da riportare in calce, ma volendolo fare, affido la chiusura di questo post alle parole del bel duetto con Kylie Minugue, Where the wild roses grow.
Where The Wild Roses Grow (Nick Cave feat. Kylie Minogue)
They call me The Wild Rose
But my name was Elisa Day
Why they call me it I do not know
For my name was Elisa Day
From the first day I saw her I knew she was the one
She stared in my eyes and smiled
For her lips were the colour of the roses
That grew down the river, all bloody and wild
When he knocked on my door and entered the room
My trembling subsided in his sure embrace
He would be my first man, and with a careful hand
He wiped at the tears that ran down my face
They call me The Wild Rose
But my name was Elisa Day
Why they call me it I do not know
For my name was Elisa Day
On the second day I brought her a flower
She was more beautiful than any woman I'd seen
I said, "Do you know where the wild roses grow
So sweet and scarlet and free?"
On the second day he came with a single red rose
Said: "Will you give me your loss and your sorrow"
I nodded my head, as I lay on the bed
He said, "If I show you the roses, will you follow?"
They call me The Wild Rose
But my name was Elisa Day
Why they call me it I do not know
For my name was Elisa Day
On the third day he took me to the river
He showed me the roses and we kissed
And the last thing I heard was a muttered word
As he knelt (stood smiling) above me with a rock in his fist
On the last day I took her where the wild roses grow
And she lay on the bank, the wind light as a thief
And I kissed her goodbye, said, "All beauty must die"
And lent down and planted a rose between her teeth
They call me The Wild Rose
But my name was Elisa Day
Why they call me it I do not know
For my name was Elisa Day
23 luglio 2008
Abbiamo imparato più da tre minuti di canzone.....
Barcelona is a woman town - there are women anywhere
Barcelona is a women's eyes, raven gipsy hair
Rispetto a Girona, atterrare ad El Prat è tutta un'altra cosa, perché dall'alto la città ti offre subito il suo volto migliore: le torri di Gaudì, certo, ma anche lo scorcio sul Tibidabo, il porto e la Barceloneta, il Montjuic e qualche scorcio di rambla. Ci sono fotogrammi che anche se noti e familiari trovano sempre qualche elemento per vestirsi di nuovo e forse anche questo fa parte dell'etica del viandante (...la citazione è ovviamente non casuale...).
Barcellona, dicevamo, si presenta coi colori di un caldo pomeriggio di mezza estate e, curiosamente, inizia dove era finito il mio precedente viaggio, ovvero a Plaça de Lesseps. Per chi non la conoscesse, Plaça de Lesseps rappresenta l'interfaccia infrastrutturale tra l'homo turisticus ed una delle attrazioni principali del capoluogo catalano, il Parc Guell. Per il sottoscritto, invece, ha rappresentato in questi giorni l'approssimazione più vicina della parola casa, in quanto vi era situata la residenza universitaria che mi ha ospitato in una camera con una meravigliosa vista sulla collina del Tibidabo. Il tempo di una doccia e via per la prima serata catalana. In città c’è un festival di teatro e la mia amica indigena aveva preso i biglietti per uno spettacolo che, a leggerne la trama su internet, sembrava piuttosto accattivante. Almeno per chi come noi si occupa in qualche modo di scienza e di numeri. Lo spunto era la storia di uno dei più grandi geni matematici del ‘900, l’indiano Ramanujan e del suo rapporto con il cattedratico inglese che l’aveva scoperto, G.H. Hardy, una storia che già da se avrebbe la dignità narrativa per essere raccontata. Tuttavia, c’era molto di più in questo spettacolo – a proposito, per chi fosse interessato, il titolo è ‘A disappearing number – sia dal punto di vista dell’adattamento teatrale e della scrittura, che dal punto di vista della messa in scena. Una lunga riflessione sul tempo e sul rapporto tra i suoi differenti piani (passato, presente e futuro) che si concatenano in maniera non sempre lineare ed un’intensa dichiarazione d’amore nei confronti dei numeri e del loro fascino, affrontata in maniera non accademica, ma tale da far divertire tutta la sala e non solo i pochi nerds, che di matematica si sono nutriti fin da bambini. Ritmo e passione. Sicuramente da rivedere, se mai dovesse essere rappresentato da queste parti.
Blood brothers in the stormy night with a vow to defend:
No retreat, baby, no surrender
Ma Barcellona in questi giorni è stata anche i due concerti che hanno chiuso il tour europeo del Boss - 6 ore di concerto in due giorni – e che hanno portato in terra catalana il mio amico Max Larocca ed un di lui sodale che si è rivelato essere un degno compagno di avventure.
Entrare al Camp Nou è di per sé impressionante, ma vedere 90 mila persone cantare, ballare, partecipare lo è stato ancor di più. Se ci ripenso mi viene in mente una citazione che ho letto da qualche parte in rete “ci sono due categorie di persone: quelle che amano Springsteen, e quelle che non sono mai state ad un suo concerto”. Credo che descriva molto bene le sensazioni che, almeno io, ho provato ogni volta che ho sentito dal vivo quella perfetta macchina da musica che prende il nome di E-Street Band. Quanto alle scalette c’è poco da dire, forse ci sarebbe più da fare qualche appunto ad alcuni nostri cantanti che per cento concerti ripropongono sempre gli stessi pezzi, pur avendo un repertorio che ne contiene almeno un centinaio. E così, tra le due date abbiamo potuto ascoltare pezzi come Jungleland, Backstreets, Youngstown, This Hard Land, solo per citarne alcuni.
Tonight I'll be on that hill 'cause I can't stop
I'll be on that hill with everything I got
Lives on the line where dreams are found and lost
I'll be there on time and I'll pay the cost
For wanting things that can only be found
In the darkness on the edge of town







