
La mattina del 13 gennaio 1968 in pochi forse sapevano che da quel giorno la musica country non sarebbe stata più la stessa, forse nemmeno lui stesso se l'aspettava. Era arrivato nei pressi di Sacramento un paio di giorni prima, fresco di divorzio e con alle spalle un lungo periodo di disintossicazione. Con lui pochi e stretti collaboratori: Carl e le sue scarpe di camoscio blu, i fidi Tennessee Three e ovviamente lei, June, la donna che sarebbe stata la sua compagna per la vita. Chissà se al momento di salire su quell'insolito palcoscenico gli sia davvero passata davanti agli occhi tutta la sua vita fino a quel punto, come suggerito dal bel film uscito qualche anno fa. Probabilmente la realtà sarà stata un po' meno poetica della celluloide, ma sicuramente più di un pensiero avrà attraversato la mente dell'uomo. Già, perché anche se aveva suonato in altre occasioni all'interno di luoghi di massima sicurezza, questa volta l'impegno aveva anche assunto il tono di una scommessa: nessuna Opry a testimoniare il ritorno dell'uomo in nero, ma piuttosto il pubblico che forse sentiva più suo; nessuno studio di registrazione, ma piuttosto un disco dal vivo registrato in quella Folsom che aveva colpito a tal punto la sua immaginazione di giovane soldato, da spingerlo a scriverci su una delle sue canzoni più famose.
La scaletta, un alternarsi di murder ballads e gospel, quasi a voler ribadire verso chi dovesse essere diretta l'attenzione del suo signore, dove egli dovesse guardare e forse long black veil è il punto più rappresentativo di questa commistione.
Chissà se abbia pensato questo o altro, prima che fosse arrivato il momento di ritrovarsi davanti alle luci e di pronunciare le fatidiche parole....
"Hallo, I'm Johnny Cash"
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