11 ottobre 2007

La musica al tempo della sua riproducibilità tecnica

Interessante mossa quella dei Radiohead: a partire da ieri è, infatti, possibile scaricare da un sito appositamente creato il loro nuovo album InRainbows, che avrà la rete come unico canale di distribuzione. Infatti sia per la versione esclusivamente digitale che per la versione su supporto fisico, l'acquisto potrà essere effettuato solamente attraverso quel sito. Con una particolarità, mentre per il cofanetto di due cd ed altrettanti vinili, il prezzo è fissato dalla band, se si va a vedere i costi per lo scaricamento del disco in mp3, la casella rimane vuota e si lascia all'utente la decisione su quanto corrispondere per potersi portare a casa il nuovo lavoro del gruppo. Anche un singolo penny (seppure a questo vadano aggiunti 45 pence di spese di gestione).
Interessante mossa, quindi, che però, va detto, si mantiene comunque entro l'ambito discorsivo del mercato e di una legge del valore che, seppure messa in crisi, viene comunque mantenuta come misura all'interno dello schema produzione/distribuzione.
Sembrerà a qualcuno una precisazione capziosa, ma la differenza tra pagare 1 penny, con l'obbligo di avere una carta di credito o debito per completare l'operazione, e non pagare nulla non sta semplicemente in quel centesimo e mezzo di euro (70 centesimi se si considerano le spese per la gestione della transazione), ma risiede comunque in un'idea di gerarchizzazione delle possiblità di usufrutto ed in un concetto di gestione della cooperazione dell'intelletto sociale ancora di parte capitalistica, seppure in maniera sempre più illuminata.
Per cui, ben vengano iniziative come quelle dei Radiohead, ma le si prendano per quelle che sono: un ulteriore esempio di come il capitalismo avanzato possa fare della crisi la sua cifra ontologica, una deterritorializzazione su cui, però, si possono dare delle diverse linee di fuga e meccanismi altri di riterritorializzazione che sovvertano l'ordine discorsivo ancora dominante.

10 ottobre 2007

Canzone per un'amica


Questo post parla di amicizia ed ha una dedica particolare. Parla di amici che si allontanano, così da un giorno all'altro eppure a dispetto della lontananza, dell'assenza e dei silenzi, non riescono a smettere di essere amici. Parla di due anni della mia vita, trascorsi nell'assenza di una delle persone che ritenevo e ritengo tuttora più care, due anni finiti improvvisamente ed inaspettatamente, così come erano cominciati, l'anno scorso alla vigilia di un mio viaggio verso terre lontane.
Ne parla con le parole di una delle canzoni di Springsteen che amo di più, anch'essa dedicata - a dispetto del nome di donna - ad un amico che si era allontanato e che poi, dopo anni è ritornato a tutti gli effetti a far parte della E-street band, anche se al tempo nessuno dei due l'avrebbe probabilmente immaginato.
Ne parla ora, come un brindisi a notti di parole scambiate e mischiate con bicchieri di tequila ghiacciata, a confessioni e racconti fatti di sguardi, a spalle su cui piangere e sorrisi di cui gioire, a letti su cui dormire senza preavviso e alla certezza che alcune amicizie non finiscono, anche quando sembrano essere giunte al capolinea.
Buona fortuna bobby jean.

BOBBY JEAN (Bruce Springsteen)
Well I came by your house the other day,
your mother said you went away

She said there was nothing that I could have done
There was nothing nobody could say
Me and you we've known each other
ever since we were sixteen

I wished I would have known,
I wished I could have called you

Just to say goodbye bobby jean

Now you hung with me when all the others
turned away, turned up their nose

We liked the same music we liked the same bands
we liked the same clothes

We told each other that we were the wildest,
the wildest things we'd ever
seen
Now I wished you would have told me
I wished I could have talked to you

Just to say goodbye bobby jean

Now we went walking in the rain
talking about the pain from the world we hid

Now there ain't nobody nowhere nohow
gonna ever understand me the way you did

Maybe you'll be out there on that road somewhere
In some bus or train traveling along
In some motel room there'll be a radio playing
And you'll hear me sing this song
Well if you do you'll know I'm thinking of you
and all the miles in between

And I'm just calling one last time not to change your mind
But just to say I miss you baby,
good luck goodbye, bobby jean

05 ottobre 2007

PIacevoli sorprese


Amo molto i fumetti, e questo non è di certo un mistero. E Julia è uno dei fumetti di "ultima generazione" che leggo solitamente con assiduità e piacere, piacere che non trascende, tra le altre cose, l'essere una sintesi di alcune delle mie passioni, il noir, i gatti...ed Audrey Hepburn.
Bene...ieri, leggendo il numero attualmente in edicola, ci ho scovato due piacevolissime sorprese. La prima è stata una lunga citazione (più di qualche tavola) della canzone John Henry, ovvero di una delle più cantate note labor song della tradizione musicale degli Stati Uniti, a fare da sottofondo al breve racconto di un personaggio. La seconda, più nascosta e soprattutto più inattesa, è stato il richiamo a quella che forse è una delle più buone birre che abbia mai bevuto, ovvero la birra Panil, prodotta dal birrificio artigianale di Torrechiara. Non vi dico la sorpresa quando, a un certo punto della lettura, mi sono ritrovato davanti una tavola che rappresentava un aereo di quelli che portano in giro gli striscioni pubblicitari, e, su quello striscione, la scritta "Drink Panil Beer"....Direi che è un ottimo auspicio per la piola di domani (forse non tutti i lettori capiranno, ma qualche volta va bene anche così :-)).

01 ottobre 2007

Mai tornare indietro, neanche per prendere la rincorsa

Riprendo a scrivere su questo blog dopo un mese esatto, un mese esatto che mi ha visto quasi costantemente in giro tra l'Italia e l'Europa, attraverso posti e persone che meriterebbero sicuramente di essere descritti con maggior dettaglio. Oggi no, però. Oggi voglio parlare d'altro, e l'altro è un piccolo libro appena uscito per DeriveApprodi, un libro da leggere tutto d'un fiato, magari accompagnandosi con qualcuno dei brani dell'ideale colonna sonora che non a caso ne costituisce la fine. Dico non a caso, perché è proprio la musica, insieme alle suggestioni letterarie e cinematografiche, l'elemento che forse contribuisce di più a tracciare i percorsi del 68 che danno il titolo al libro stesso. E così le parole di David Bowie filtrate attraverso la voce di Nico fanno da cesura al passaggio dalla stagione dei gruppi a quella dell'autonomia organizzata, Gaber e Luporini si alternano a Joe Strummer e Neil Young per chiudere il cerchio aperto da quello che secondo l'autore è stato "il più grande di tutti", Fabrizio de André. Così, man mano che andavo avanti con la lettura, mi sono venute in mente le parole di Deleuze e Guattari a proposito del fatto che perché un mondo divenga libro, allora il libro deve divenire qualcos'altro: bene, sotto questo aspetto, il libro di Augusto è un concatenamento ben riuscito, un efficace divenire suono o immagine della parola scritta. A chiusura, avrei voluto riportare qui una frase ma quella frase è stata riportata prima di me dal mio amico Franco e quindi rimando al suo blog per la sua lettura, trattenendone soltanto l'epigrafe, con le parole di Marianne Faithfull:
never apologize, never explain

01 settembre 2007

Quando sogno dietro a frasi di canzoni

"Like a bird on a wire, Like a drunk in some midnight choir,
I have tried in my way to be free:
That's my epitaph"
Kris Kristofferson in A celebration of Leonard Cohen

Giovedì sera a San Salvi





Avendo alcuni dei miei più cari amici là, Firenze per me è come una seconda casa, in cui ritorno sempre volentieri, ogni volta che se ne presenti l'occasione. E l'occasione stavolta era piuttosto ghiotta in quanto, oltre all'incontro con gli amici di cui sopra, degnamente coronato da un'ottima cena, nell'area di san salvi si esibivano due altri amici, nonché vecchie conoscenze dei frequentatori di questo blog. Bellissimo il set di Andrea, splendidamente accompagnato al violino da Michele Menconi, il quale non ha fatto rimpiangere l'assenza di ulteriori strumentisti sul palco, così come molto belle sono le nuove canzoni di Massimiliano, che faranno parte del suo nuovo disco in uscita tra qualche settimana. E a proposito di uscite, speriamo che Andrea tenga fede all'anticipazione che ci ha dato, perché il suo disco di murder ballads lo vogliamo sentire al più presto!!!

30 agosto 2007

Tom....ancora lui


Come ho già detto nel post di qualche giorno fa, Tom Russell ha già pronte molte nuove canzoni: soltanto al concerto a cui sono stato ne ha eseguite sei! Di una di queste sono riuscito a recuperare il testo: è una storia di confine, la storia di un viaggio lungo una strada che dal New Mexico va verso l'Arizona, attraversando la nazione indiana apache di San Carlos, la stessa che fu patria di Geronimo. Ci sono croci bianche lungo quella strada, croci bianche che brillano alla luce della luna, e c'è un'altra grande storia raccontata dal nostro....

THE CROSSES OF SAN CARLOS (Tom Russell)

Two Apache kids in a Pontiac car
Navigating by a falling star
Hey hey hey
Where are they going?

Yea we're going anyplace else but here
Going to a town that serves Mexican beer
Hey hey hey
That's where we're going...

These are saddle bronco warriors in a worn out sedan
Thru Saguaro, Mojave, asphalt and sand
Hey hey hey
Where are they going?

Past the little white crosses and the highway sign
Stay away from that double yellow line boys yea
where are they going?

Out where the crosses of San Carlos
shine neath the desert moon
Thru the canyons where Geronimo rode
And the acatillo blooms
Hey hey hey
where's it all going?

Old Mexican jaguar crossed over last night
neath the Agua Prieta border town lights
hey hey hey hey
where's the old one going?

We ain't seen his kind in 25 years...
what's the old one doing way up here.
hey hey hey
Where is he going?

On the track of the deer and the Havalina hawk
he ain't afraid of your hunting dogs
hey hey hey
that's where he's going....

And he disdains your greed and your ignorance
your razor wire... your chain link fence
hey hey hey
he knows where he's going......

Out where the crosses of San Carlos
shine neath the desert moon
Thru the canyons where Geronimo rode
And the old saguaro blooms
hey hey hey hey
Where's it all going?

hey........
Where's it all going?

This Mexican beer's bad medicine tonight
Oh ain't that a jaguar in the high beam light?
wow wow wow
where's that old man going?

Maybe he's taking back his old hunting ground.
There'll be blood on the streets of the white man's town
hey hey hey
he knows where he's going...

In the spinning of stars the scream and the swerve
the final war cry on the final curve
hey hey hey hey
where were they going?

Then the scream of the tyres as the metal explodes
there'll be two white crosses on an Arizona road
hey hey hey
where were they going?

Out where the crosses of San Carlos
still shine neath the desert moon
In the canyons where Geronimo rode
And the old agave blooms
hey hey hey
where's it all going?

19 agosto 2007

La lunga strada verso casa

Bisognerà ancora aspettare un mese e mezzo - a meno di generosi regali dalle reti peer to peer - per ascoltare il nuovo disco del boss, ma già sono filtrati i primi dettagli, ovvero titolo e tracklist. Il disco si chiamerà "Magic" e conterrà undici tracce nelle quali la voce e la telecaster di Bruce torneranno ad incrociarsi con gli strumenti dei fidi sodali della E-Street Band. Dai titoli si capisce poco di quello che sarà il carattere del disco ma se sono vere le parole di Jon Landau, che affermano che gran parte del carattere del disco può essere riassunto dall'unica canzone finora ascoltabile (Long Walk Home, eseguita in concerto durante il tour delle Seeger Session), allora possiamo sperare che il disco sia magico sul serio....

LONG WALK HOME (Bruce Springsteen)

Last night I stood at your doorstep
Trying to figure out what went wrong
You slipped something into my palm and you were gone

It was the same deep green of summer
'Bove me the same night sky was glowin'
In the distance I could see the town where I was born

It's gonna be a long walk home
Hey pretty darling, don't wait up for me
Gonna be a long walk home
Hey pretty darling, don't wait up for me
Gonna be a long walk home

I walked past Sal's grocery
Joe's barber shop on South Street
I looked into the faces
They were all rank strangers to me
Veteran's Hall up upon the hill
Stood dark and alone
Frankie's diner was shuttered and boarded
With a sign that just said "gone"

It's gonna be a long walk home
Hey pretty darling, don't wait up for me
Gonna be a long walk home
Hey pretty darling, don't wait up for me
Gonna be a long walk home

My Pa said "Son, we're lucky,
This town is a beautiful place to be born.
It just wraps its arms around you,
Nobody crowds you, nobody goes it alone"

"You see that flag down at the courthouse?
It means certain things are set in stone.
Who we are, what we'll do and what we won't"

Well it's gonna be a long walk home
Hey pretty darling, don't wait up for me
Gonna be a long walk home
Hey pretty darling, don't wait up for me
Gonna be a long walk home

Here everybody has a neighbor
Everybody has a friend
Everybody has a reason to begin again

Now the war is rising 'round the corner
There's a fire burning out of control
There's a hurricane on Main Street
And I've got murder in my soul

Yeah well when the party's over
And the cheering is all gone
Will you know me, will I know you
Will I now you

'Cause it's gonna be a long walk home
Hey pretty darling, don't wait up for me
Gonna be a long walk home
Hey pretty darling, don't wait up for me
Gonna be a long walk home
Hey pretty darling, don't wait up for me
Gonna be a long walk home
Hey pretty darling, don't wait up for me
Gonna be a long walk home
Hey pretty darling, don't wait up for me
Gonna be a long walk home
Hey pretty darling, don't wait up for me
It's gonna be a long walk home

Hey now darling, it's gonna be a long walk home
Yeah it's gonna be a long walk home

17 agosto 2007

London calling

Riprendo a scrivere di ritorno da una settimana piena di amici, di musica e di sensazioni. Cominciate giovedì della settimana scorsa, quando due amici cantautori di cui ho parlato ampiamente anche qui, Max Larocca ed Andrea Parodi, sono scesi alla Cantina Mediterraneo di Frosinone per un concerto insieme ad Andrew Hardin e Joel Guzman (già collaboratori di Tom Russell), e alla cantante Sarah Fox. Ovviamente questo concerto è stata un'occasione per riunire la banda di amici, nonostante fosse agosto inoltrato: oltre a noi soliti affezionati dell'asse roma-firenze, infatti, c'è stato il gradito regalo della presenza (salame-munita ;-)) di Alle e Sara dalle colline emiliane e del buon Red addirittura dalla colonna camuna...Peccato che la bellissima versione di me and bobby mcgee che i musicisti hanno fatto nel soundcheck non si sia ripetuta anche nel concerto vero e proprio alla presenza del mio minidisc. Va comunque detto che sentire Gabriela e Tristessa con la fisarmonica di Joel e la chitarra di Andrew è stato comunque qualcosa da ricordare!
Solo poche ore ed un volo RyanAir mi ha portato in Inghilterra per cinque giorni sicuramente da ricordare tra le vecchie case del centro storico di Bristol (dove vive la mia compagna di viaggio e che si è rivelata una città sicuramente più bella di quanto pensassi) e le vie del centro di londra, assaporate come le fette di cocomero che non mancavano mai nella nostra camera d'ostello.
Londra dicevo. Dove nel giro di due giorni, in un bel locale di Kilburn, si esibivano due mostri sacri della musica americana: Chip Taylor (con John Platania e Kendel Carson) e Tom Russell.
Ma andiamo con ordine....
Chip Taylor viene da New York ed ha scritto alcune tra le canzoni più famose della musica americana (due su tutte, Angel of the Morning e Wild Thing), anche se molti conoscono più le canzoni stesse che il loro autore. Sul biglietto del primo dei due concerti c'era scritto Chip Taylor and friends, e quali fossero questi friends era piuttosto semplice da immaginare, considerando lo zampino che il nostro ha avuto in due bellissimi album usciti quest'anno, il prodotto solista del fido chitarrista John Platania e l'album d'esordio della giovane violinista Kendel Carson (entrambi ottimamente recensiti sul blog del mio amico Franco). Sono stati infatti questi due - assieme ad un bassista ed un batterista - gli amici che hanno arricchito la serata musicale al luminaire di londra. Duetti da brivido (take me to the river e la già citata angel of the morning su tutti), la voce di Kendel a fare da contrappunto anche alla memoria di Zapata di John e un finale in cui alla replica dell'ormai famosa I like trucks di Kendel (che a londra è trasmessa da diverse radio) ha fatto seguito l'unico inedito della serata, una canzone che Chip ha scritto per la moglie dopo una lunga malattia (Joe Frazier).
Di canzoni inedite non è invece stata parca la serata successiva, quando sullo stesso palco si è esibito Tom Russell accompagnato dal suo nuovo chitarrista e mandolinista. Infatti, accanto ai classici Blue Wing, Gallo del Cielo, Haley's Comet, Isaac Lewis, il cantautore californiano ha presentato ben 6 nuove canzoni che probabilmente faranno parte del nuovo disco. E sono 6 canzoni tutte bellissime, due ballate sul confine tra messico e stati uniti (guadalupe on the hill e the crosses of san carlos), una storia d'america attraverso i suoi fiumi (american rivers), un resoconto dei suoi anni come insegnante in nigeria ai tempi della guerra del biafra (criminology), un'istantanea dell'america dei kennedy (Jfk came to wexford) ed infine un tributo ad una delle figure più importanti del movimento americano, mother jones (the most dangerous woman in america). Canzoni che parlano a quel cuore ferito dell'america, cui si riferiva Ferlinghetti nella citazione che dà il titolo al tributo a tom russell appena uscito nei negozi (e valeva la pena sentire Tom Russell stesso in una delle sue famose imitazioni fare il verso a Ferlinghetti che recita la sua Stealing electricity!!!)

07 agosto 2007

Strane intermittenze del cuore


Questo post doveva avere un altro titolo ed un altro argomento, ovvero doveva essere un altro post. Una sera d'agosto come tante altre, libro e matita nella mano e musica nello stereo ad accompagnare la lettura, due dischi di Leonard Cohen, per l'esattezza. Ed io lì a pensare che sarebbe bello prima o poi scrivere qualcosa sulle canzoni d'amore del poeta canadese e sul loro riuscire ad essere meravigliosamente anticonvenzionali proprio nel modo d'intendere l'amore (due frasi su tutte: "and thanks for the trouble you took from her eyes, i thought it was there for good, so i never tried" e "And you won't make me jealous if I hear that they sweetened your night: We weren't lovers like that and besides it would still be all right"). E forse proprio di questo avrei parlato, se non fosse stato che, nascosto nella terza posizione del caricatore di cd, era rimasto un terzo disco che, finiti gli altri due, non ha potuto fare a meno di svolgere il suo ruolo, ovvero di essere suonato. Il disco in questione era il disco solista di Giampiero Alloisio e raccoglieva i frutti di uno spettacolo scritto ad otto mani da Alloisio stesso insieme a Guccini, Gaber e Luporini: brani allora già noti, brani che lo sarebbero stati a breve nell'esecuzione degli altri interpreti, sicuramente più famosi (anche se sia Gulliver che Bisanzio di certo non sfigurano) e la prima incisione su disco di quella che a mio parere è una delle canzoni d'amore più belle della storia della musica italiana, "il dilemma".
Con la musica di Gaber coltivo un rapporto contrastante: tanto amo le canzoni e i monologhi fino all'80/81, perfettamente inseriti in quella che era la realtà politico sociale del tempo, quanto mal sopporto quasi tutta la produzione successiva, a cominciare da quell'"Io se fossi Dio" che non è mai riuscito a piacermi fino a Destra e Sinistra (la cui musica tra l'altro ricorda molto "io non devo andare in via ferrante aporti" di vecchioni) e affini. In questo quadro, almeno a mio parere, "il dilemma" rappresenta anche l'ultima grande canzone scritta da gaber.

IL DILEMMA (Giorgio Gaber)
In una spiaggia poco serena
Camminavano un uomo e una donna
E su di loro la vasta ombra del dilemma;
L'uomo era forse più audace,
Più stupido e conquistatore,
La donna aveva perdonato, non senza dolore.
Il dilemma era quello di sempre,
Un dilemma elementare:
Se aveva o non aveva senso il loro amore.

In una casa a picco sul mare
Vivevano un uomo e una donna,
E su di loro l'ombra del dilemma;
L'uomo è un animale quieto
Se vive nella sua tana,
La donna non si sa se è ingannevole, o divina;
Il dilemma rappresenta
L'equilibrio delle forze in campo
Perché l'amore e il litigio sono le forme del nostro tempo.

E il loro amore moriva,
Come quello di tutti,
Come una cosa normale e ricorrente;
Perché morire e far morire
È un'antica usanza che suole aver la gente.

Lui parlava quasi sempre
Di speranza e di paura
Come l'essenza della sua immagine futura;
E coltivava la sua smania,
E cercava la verità,
Lei lo ascoltava in silenzio, o forse ce l'aveva già;
Anche lui, curiosamente,
Come tutti, era nato da un ventre
Ma purtroppo non se lo ricorda, o forse non lo sa.

E in un giorno di primavera
Mentre lei non lo guardava
Lui rincorse lo sguardo di una fanciulla nuova;
E ancora oggi non si sa
Se era innocente come un animale
O se era come istupidito dalla vanità;
Ma stranamente lei si chiese
Se non fosse un'altra volta il caso
Di amarlo, di restare fedele al proprio sposo.

E il loro amore moriva
Come quello di tutti,
Con le parole che ognuno sa a memoria;
Sapevan piangere e soffrire
Ma senza dar la colpa
All'epoca, o alla storia...

Questa voglia di non lasciarsi
Era difficile da giudicare,
Non si sa se è una cosa vecchia, o se fa piacere;
Ai momenti di abbandono
Alternavano le fatiche
Con la gran tenacia che è propria delle cose antiche;
E questo è il succo di questa storia,
Peraltro senza importanza
Che si potrebbe chiamare appunto: Resistenza.

Forse il ricordo di quel maggio
Insegnò anche nel fallire
ll senso del rigore, il culto del coraggio;
E rifiutarono decisamente
Le nostre idee di libertà in amore,
A quella scelta non si seppero adattare;
Non so se dire a questa nostra scelta
O a questa nostra nuova sorte,
So soltanto che loro si diedero la morte.

E il loro amore moriva
Come quello di tutti,
Non per una cosa astratta, come la famiglia,
Loro scelsero la morte
Per una cosa vera,
Come la famiglia...

Io ci vorrei vedere più chiaro,
Rivisitare il loro percorso,
Le coraggiose battaglie che avevano vinto o perso;
Vorrei riuscire a penetrare
Nel mistero di un uomo e di una donna,
Nell'immenso labirinto di quel dilemma.
Forse quel gesto disperato
Potrebbe anche rivelare
Il segno di qualcosa che stiamo per capire.

E il loro amore moriva
Come quello di tutti,
Come una cosa normale e ricorrente;
Perché morire e far morire
È un'antica usanza
Che suole aver la gente.

25 luglio 2007

Vi ricordate quel venti di luglio


ROTTA INDIPENDENTE (Assalti Frontali)
e ora nella dignità mi specchio,
nella dignità del fratello che era insieme a noi nel mucchio,
lui ha lottato, quando ha avuto l'occasione
non ha voltato gli occhi e questa è la lezione
da insegnare nelle scuole, nel racconti che disegnano le sere
cosa sparava in faccia quel carabiniere,
io porto con me il nome di carlo giuliani
noi facciamo la storia, mentre quelli fanno i piani
come a genova quel giorno, niente rumori di fondo
e noi all'assedio ai padroni del mondo
usciti dal carlini non torniamo indietro davvero
affronti il nemico e vedi il suo volto vero.
in marcia il cuore pompa esaltazione
una soluzione inizia quando inizia una rivoluzione
il fumo all'orizzonte è già alto denso e nero
è un bel dito medio alzato dritto verso il cielo

noi siamo in ballo, siamo in ballo adesso
e non spegni il sole se gli spari addosso
non spegni il sole se gli spari addosso
siamo in ballo, siamo in ballo adesso
rotta indipendente impatto imminente
l' onda umana sale alta, potente...

il venti luglio è segnato è un segnale
il venti luglio per noi è l'introduzione alla guerra globale
ho studiato strade, tutta la cartina,
ma ormai la palestina è genova e genova in argentina
dietro contadine in marcia dalla francia
davanti bocche dei fucili puntate alla pancia
elicotteri battono il cielo, motoscafi il mare
ministri infilano mimetiche per comandare
ed arrivano, li vedo arrivare
ho già negli occhi le bombe da intervento speciale
eccoli arrivano i carabinieri, i mercenari
oggi sono pronti a fare straordinari
noi ci stringiamo, ci facciamo forza a vicenda
ci passiamo acqua e intanto cresce la faccenda
è un tempo questo pieno di violenza
e su strade senza tempo noi facciamo resistenza

noi siamo in ballo, siamo in ballo adesso
e non spegni il sole se gli spari addosso
non spegni il sole se gli spari addosso
siamo in ballo, siamo in ballo adesso
rotta indipendente impatto imminente
l' onda umana sale alta, potente

e il sole brilla con le nostre vite
proietta raggi per distanze infinite
e il sole brilla con le nostre vite
proietta raggi per distanze infinite...
ci siamo dentro ormai
ormai è ovunque la battaglia,
meglio muoversi in fretta e muoversi in passamontagna
parlare ora di non... nonviolenza
a questo punto è inutile nella mia esperienza
attaccano col gas combinato col cianuro
poi le pistole sparano per stare più al sicuro
hanno studiato bene quelli, sanno che il panico
ti penetra alla gola, ti afferra lo stomaco
ma non spegni il sole solo perché chiudi gli occhi
e noi in combinazione difendiamo i nostri blocchi
comunità le formiamo, diamo ossigeno all'aria
barricate le alziamo e respiriamo nell'aria incendiaria
mentre mezzi militari vanno a palla sui viali
addosso alle persone, ma siamo persone speciali
avanziamo e indietreggiamo come una molla
mentre ambulanze prendono feriti tra la folla
un blindato è li, rimane in panne
è svuotato e dato in cibo alle fiamme
siamo una folla chiara promessa al ricordo
in marcia nel mondo gettando grano fecondo,
siamo in tanti, siamo da tutte le parti
e carlo fino all’ultimo è rimasto davanti
fino a alzarsi, con un estintore in primo piano
lui ha insegnato a vedere cos'è un essere umano

noi siamo in ballo, siamo in ballo adesso
e non spegni il sole se gli spari addosso
siamo in ballo, siamo in ballo adesso
rotta indipendente impatto imminente
l' onda umana sale alta, potente

noi andiamo avanti, andiamo oltre l limiti
siamo un sole che sorge tra colori lividi
e nessuno può spegnere il sole
nessuno può imbrigliare sei miliardi di persone

10 luglio 2007

Oh my darling Clementine


Wyatt: "You ever been in love?"
Mac: "No, I've been a bartender all my life"

da Sfida Infernale (My Darling Clementine) di John Ford

09 luglio 2007

Rizoma


Gli inglesi e gli americani, che sono i meno autori fra gli scrittori, hanno due sensi particolarmente acuti, e che comunicano: quello della strada e quello del cammino, quello dell'erba e del rizoma. Forse questa è la ragione per cui quasi non posseggono una filosofia come istituzione specializzata, e non ne hanno neanche bisogno, dal momento che nei loro romanzi hanno saputo fare della scrittura un atto di pensiero e della vita una potenza non personale, erba e cammino l'una nell'altro, divenire-bisonte. Henry Miller: "L'erba esiste soltanto fra i grandi spazi non coltivati. Colma i vuoti. Cresce nel mezzo - fra le altre cose. Il fiore è bello, il cavolo è utile, il papavero rende folli. Ma l'erba è traboccamento, è una lezione di morale". La passeggiata come atto come politica, come sperimentazione, come vita. "Mi diffondo come una bruma FRA le persone che conosco meglio", dice Virginia Woolf nella sua passeggiata fra i taxi.
Gilles Deleuze e Claire Parnet, da "Conversazioni"

02 luglio 2007

Ed avevamo gli occhi troppo belli......

L'abbiamo aspettato cinque anni questo disco, scherzando man mano che il tempo passava su come il titolo si modificasse lentamente in reduci, prima, e veterani, poi; l'abbiamo atteso cinque anni, dicevamo, ma ora eccolo finalmente uscito! Andrea Parodi (da non confondere con l'omonimo sardo) oltre ad essere un amico è uno dei cantautori più interessanti e validi dell'attuale scena musicale italiana e Soldati ne è la dimostrazione tangibile.
Nato come concept album su quella terra di confine che si situa, per riprendere l'espressione di un noto cantautore modenese, "tra la volontà ed il non potere", col passare del tempo il disco si è arricchito di collaborazioni prestigiose che lo rendono un vero gioiello.
Ad aprire il disco ci pensa Pane, arance e fortuna, una ballata che in anni di concerti abbiamo imparato a conoscere nei più diversi arrangiamenti - compreso quello martoriato da ore di "kill the nano" ;-) - e che ora si presenta in una bella veste tutta slide guitar ed hammond, impreziosita dalla voce di Jono Manson. E attraverso la parabola di Yuri, un tempo soldato solo nei giochi di bambino, ma in seguito di una guerra prima trasfigurata nel rapporto col padrone e poi demistificata nel suo snodo di corpi caduti tra i boschi sui monti, ci introduce, in medias res, al tema dell'intero lavoro. E ci sono altri monti, in particolare l'Amiata, a fare da cornice alla storia successiva, ma il tessuto musicale e le suggestioni narrative potrebbero suggerire anche ambientazioni alternative, magari una polverosa cittadina messicana al tempo di Villa e Zapata. Una storia declinata lungo il crinale tra la libertà e la follia, un crinale che ha il sapore metaforico di un fiume solitario di cui seguire la corrente. Ma la follia non è l'unico sbocco della solitudine, sono tanti i piccoli rifugi che ciascuno si ritaglia per non sentirsi soli, la musica, ad esempio, o il contatto con un corpo di donna: è la voce di Claudio Lolli a raccontarci questa storia innestandosi sul respiro singhiozzante di un sax, un piccolo capolavoro.
La storia successiva è quella che costituisce il leit-motiv di tutto il disco, una lettera dal confine sotto forma di canzone; una lettera da uno quei figli che vivono dall'altra parte della storia, di una storia di cui dio o chi per lui si è fatto solo tacito spettatore, incurante della sostanza stessa di cui tale storia è fatta, sussurri e grida. Ma il senso di inadeguatezza e di malinconia può vestire anche tinte più leggere e scanzonate, cosicché il semplice ascolto di una canzone come Madame George di Van Morrison, novella madeleine, può rimandare a quando maria non c'era e, soprattutto, al culo della cameriera ;-).
Ma è solo un intermezzo, prima che un girotondo di voci di prim'ordine (Max Larocca, Marino Severini, Bocephus King, Samantha Parton e Claudia Pastorino) ci venga a raccontare la storia di Rosa, dei suoi figli e della sua faccia su tutti i giornali, una storia del Po che non stonerebbe lungo le rive del rio grande. La storia successiva viene dalla Scozia ed è un'altra storia di solitudine e perdita, un'altra storia di ricordi, presa in prestito dal grande Jackie Leven: Single Father o, nelle parole di Andrea, ragazzo padre.
E dopo aver percorso praticamente metà disco, si incontra il volto immortalato nella copertina, Tamara Bunke, più nota come Tania la guerrigliera, l'unica donna ad aver preso parte alla spedizione boliviana del che, e come lui uccisa in un'imboscata nella giungla. La voce e la chitarra classica di Suni Paz - che della canzone è autrice e che Andrea è andato a scovare a Los Angeles dove fa l'insegnante - versano gocce di america latina su quelle "radici di sangue che cresceranno come il mare". Sono ancora donne le protagoniste delle due storie successive, donne in un modo o nell'altro prigioniere del proprio fascino, lolita di new orleans ed anna sono probabilmente due risposte diverse alla stessa domanda, che poi è ancora una volta un'altra parafrasi della domanda che è la base dell'intero disco.
La voce di Luigi Grechi ci conduce attraverso un'altra lunga metafora, situata geograficamente lungo le sponde del tirreno, ed è ancora una volta una metafora di una sensazione di mancanza: già perché se è vero che formia ha gaeta, gaeta formia non ha, e così come lei tutte quelle situazioni che non offrono alla nostra visuale alcun lato positivo da scorgere.
Hotel est è la storia di un'altra separazione mentre scavandomi la fossa arricchisce il disco di una murder ballad - scritta a quattro mani con bocephus king e raccontata a tre voci con luca ghielmetti e laura fedele - che non ha nulla da invidiare alle più blasonate del genere.
Com'è difficile avere pressappoco trentanni, ci dice andrea nella canzone successiva, ed è una riflessione in terza persona, parlata, quasi sussurrata, in un momento in cui i minuti passano più lenti degli anni, rincorrendo la propria immagine in ogni specchio e stringendo i pugni, sì, ma solo nelle tasche.
Tresenda è una città di confine della valtellina ed è lì che si svolge la penultima storia del disco, la storia di marta e del suo eroismo quotidiano, giorno dopo giorno ad attraversare la frontiera facendo passare le merci per il paese dalla svizzera, fingendo di essere incinta.
Infine, a chiudere il disco, una storia più personale, il ritratto del nonno da poco scomparso, pochi tratti essenziali a delinearne la quotidianità (la schedina compilata da giocare nella tasca, una sola sigaretta...) e quella riflessione, suggellata dalle parole prese in prestito da de andré, che chiude il cerchio su tutte le storie raccontate fino a questo momento: "aveva gli occhi troppo belli..... per essere un soldato".

SUSSURRI E GRIDA (Andrea Parodi)

La luna mi ha voltato le spalle
Luna assassina
A chi griderà vendetta
Ha dato il mio nome
Mi hanno fatto cadere
Sopra il confine
Avevo in bocca canzoni
Avevo in mano il fucile

Ho ballato per ore con quello straniero
Lo straniero era Dio, ed io non c'ero

Mamma ti scrivo dal fronte la mia canzone
Ti vedo tra i tuoi gerani seduta al balcone
Chi l'avrebbe detto che si andava a morire
Il tenente rideva e versava da bere

Ho ballato per ore con quello straniero
Lo straniero era Dio, ed io non c'ero

Si spegneranno presto
le luci alle finestre come il pane
tra il singhiozzo e la preghiera
Cadranno nella pioggia
le diversità come ogni foglia
che cercava di volare

E noi che camminiamo
Indifferenti, poi indignati, indaffarati
Dall'altra parte della storia
Che Dio ci benedica
E benedica questa terra e l'abbondanza
la libertà e la gloria
Che questo Dio si uccida
Che fa non li sente, i sussurri e le grida

E si sta come d'autunno sugli alberi le foglie.
E si sta come d'autunno sugli alberi le foglie.>

26 giugno 2007

Altre voci, altre stanze



Il titolo è preso in prestito da uno dei più famosi libri di narrativa americana del ventesimo secolo, romanzo d'esordio di Truman Capote, anche se in questo caso le altre stanze potrebbero essere considerate le canzoni stesse, ognuna ad ospitare una o più voci, altre rispetto a quelle della titolare del disco. La cantante si chiama Nanci Griffith, ed è una delle voci più belle della musica americana, della quale il disco stesso (insieme al successivo Other voices too) rappresenta una sorta di antologia personale, declinata attraverso una serie di collaborazioni di alto spessore, da Tom Russell a Guy Clark, da Emmylou Harris a John Prine, da Bob Dylan ad Arlo Guthrie. Ed è proprio con quest'ultimo che la Griffith tocca, a mio parere, una delle vette del disco, attraverso la rilettura di una delle più famose canzoni di Townes Van Zandt, Tecumseh Valley.

TECUMSEH VALLEY (Townes Van Zandt)
The name she gave was Caroline
Daughter of a miner
Her ways were free
It seemed to me
That sunshine walked beside her

She came from Spencer
Across the hill
She said her pa had sent her
cause the coal was low
And soon the snow
Would turn the skies to winter

She said she'd come
To look for work
She was not seeking favors
And for a dime a day
And a place to stay
Shed turn those hands to labor

But the times were hard, lord,
The jobs were few
All through Tecumseh Valley
But she asked around
And a job she found
Tending bar at Gypsy Sally's

She saved enough to get back home
When spring replaced the winter
But her dreams were denied
Her pa had died
The word come down from Spencer

So she turned to whorin' out on the streets
With all the lust inside her
And it was many a man
Returned again
To lay himself beside her

They found her down beneath the stairs
That led to Gypsy Sally's
In her hand when she died
Was a note that cried
Fare thee well... Tecumseh Valley

The name she gave was Caroline
Daughter of a miner
Her ways were free
It seemed to me
That sunshine walked beside her

24 giugno 2007

(Cattive) strade



I'm a rollin' stone all alone and lost
For a life of sin I have paid the cost
When I pass by all the people say
Just another guy on the lost highway

Dopo aver costeggiato una parte del confine con il Canada ed aver piegato verso sud lungo il Minnesota, per un lungo tratto la Highway 61 corre parallela al Mississippi: questo le è valso il soprannome di "strada del Blues", al punto che la leggenda vuole che sia proprio ad uno dei suoi incroci (per l'esattezza quello con la route 49) che robert johnson abbia stretto il famoso patto col diavolo. Non solo. Un'altra famosissima blues singer, Bessie Smith, vi trovò la morte in un incidente d'auto e lo stesso Elvis nacque in un nucleo abitativo lungo di essa; inoltre, nessuno ci vieta di pensare che il tratto di strada nei pressi di Baton Rouge su cui una gomma a terra lascia a piedi Kristofferson e Bobby McGee sia proprio la 61, che attraversa la città.
E tra le altre città attraversate da questa autostrada, ce n'è una in Minnesota chiamata Duluth e famosa, almeno al di fuori degli Stati Uniti, soprattutto per aver dato i natali a Robert Allen Zimmerman. Ed è stato proprio quest'ultimo, alcuni anni dopo essere diventato Bob Dylan ed aver scritto importanti pagine della musica folk americana, ad aver fatto di questa strada il trait d'union eponimo di quel disco che avrebbe suggellato la sua cosiddetta svolta rock. Una strada che si caratterizza subito per essere, almeno nel disco dylaniano, una "cattiva strada" per dirla alla De André (o se si preferisce, una "lost highway" per riprendere le parole di Hank Williams, cui si deve anche quella che forse è la similitudine più famosa del disco, ovvero la pietra che rotola): il mito della strada come fonte di possibilità, di realizzazione e di fuga viene riletto e rovesciato in un'ottica in cui la possibilità si fa dilatazione di un palcoscenico su cui dispiegare il circo della commedia umana, con i suoi personaggi, dal sottile Mr. Jones alla dolce Melinda, dal Napoleone in stracci a Queen Jane coi suoi amanti, consiglieri e banditi, da Miss Lonely alla lunga teoria che sfila lungo via della Povertà, pardon...Desolation Row.

HIGHWAY 61 REVISITED (Bob Dylan)

Oh God said to Abraham, "Kill me a son"
Abe says, "Man, you must be puttin' me on"
God say, "No." Abe say, "What?"
God say, "You can do what you want Abe, but
The next time you see me comin' you better run"
Well Abe says, "Where do you want this killin' done?"
God says, "Out on Highway 61."

Well Georgia Sam he had a bloody nose
Welfare Department they wouldn't give him no clothes
He asked poor Howard where can I go
Howard said there's only one place I know
Sam said tell me quick man I got to run
Ol' Howard just pointed with his gun
And said that way down on Highway 61.

Well Mack the Finger said to Louie the King
I got forty red white and blue shoe strings
And a thousand telephones that don't ring
Do you know where I can get rid of these things
And Louie the King said let me think for a minute son
And he said yes I think it can be easily done
Just take everything down to Highway 61.

Now the fifth daughter on the twelfth night
Told the first father that things weren't right
My complexion she said is much too white
He said come here and step into the light he says hmm you're right
Let me tell the second mother this has been done
But the second mother was with the seventh son
And they were both out on Highway 61.

Now the rovin' gambler he was very bored
He was tryin' to create a next world war
He found a promoter who nearly fell off the floor
He said I never engaged in this kind of thing before
But yes I think it can be very easily done
We'll just put some bleachers out in the sun
And have it on Highway 61.

10 giugno 2007

Von fremden landern und menschen



Rubo il titolo alla prima delle Kinderszenen di Schumann per riprendere parola su questo blog dopo più di un mese e mezzo e lo faccio, come dice il titolo stesso, da terre e popoli lontani, anche se, a dirla tutta, non sempre i posti che mi hanno visto peregrinare in quest'ultimo periodo sono stati tutti lontani, ma tant'è!
Ed è proprio da uno di questi viaggi che voglio ripartire, non il viaggio più recente - quello che ancora mi vede a parlare di chimica tra alci, renne e salmoni - ma anzi uno oramai quasi "invecchiato": quello che mi ha portato a Francoforte a sentire Christy Moore.
Strana città Francoforte, città dal respiro metropolitano, con la sua sede della Banca Centrale Europea, la sua lunga strada pedonale costellata di H&Ms ed altri grandi magazzini e centri commerciali, il suo offrire una produzione culturale di livello, ma anche città architettonicamente anonima e priva di personalità, se non fosse per il suo fiume ed i lungofiume che ne sono il degno corollario. Ma stavolta non era la città la meta principale, la meta principale era un cantautore irlandese di una sessantina d'anni che ha scritto alcune tra le pagine più belle della musica in lingua inglese degli ultimi decenni.
Solo due chitarre a suonare, ma non si avvertiva mai un senso di mancanza: la famosa "semplicità che è difficile a farsi" (per dirla con le parole di un altro grande autore) - due chitarre e una voce che parlava di amore e di lotta, delle mani di Victor Jara, gentili e forti (come le descriveva arlo guthrie), e di verità agitate come un'esca, di gente comune licenziata da un giorno all'altro che aspetta invano in coda al collocamento e dei volontari irlandesi che partirono verso la spagna per combattere nelle brigate internazionali.
Una voce che prende in prestito altre parole, due volte dal menestrello di Duluth ed una, per la bellissima Motherland, da Natalie Merchant. E poi la bellissima ballata scritta per l'amico Rory Gallagher, di cui ha già parlato Franco tempo addietro.
Sicuramente un concerto indimenticabile.
Thank you, Christy!

ORDINARY MAN (Christy Moore)
I'm an ordinary man, nothing special nothing grand
I've had to work for everything I own
I never asked for a lot, I was happy with what I'd got
Enough to keep my family and my home

Now they say that times are hard and they've handed me my cards
They say there's not the work to go around
And when the whistle blows, the gates will finally close
Tonight they're going to shut this factory down
Then they'll tear it d-o-w-n

I never missed a day nor went on strike for higher pay
For twenty years I served them best I could
Now with a handshake and a cheque it seems so easy to forget
Loyalty through the bad times and through good
The owner says he's sad to see that things have got so bad
But the captains of industry won't let him lose
He still drives a car and smokes his cigar
And still he takes his family on a cruise, he'll never lose

Well it seems to me such a cruel irony
He's richer now than ever he was before
Now my cheque is spent and I can't afford the rent
There's one law for the rich, one for the poor
Every day I've tried to salvage some of my pride
To find some work so's I might pay my way
Oh but everywhere I go, the answer's always no
There's no work for anyone here today, no work today


And so condemned I stand, just an ordinary man
Like thousands beside me in the queue
I watch my darling wife trying to make the best of life
And God knows what the kids are going to do
Now that we are faced with this human waste
A generation cast aside
And as long as I live, I never will forgive
You've stripped me of my dignity and pride, you've stripped me bare
You've stripped me bare, you've stripped me bare.

27 aprile 2007

Non spegni il sole se gli spari addosso



Delinquente abituale. Finora quest'espressione nel mio universo lessicale era associata solamente al nomignolo scherzoso con cui, da un paio d'anni a questa parte, siamo soliti designare un amico musicista, per il suo non disertare mai i luoghi dove ci sia da suonare in compagnia.
Ma delinquente abituale vuol dire anche altro, e in questi giorni lo sta sperimentando sulla propria pelle Francesco, un amico e compagno di ESC, cui da due giorni è stato notificato l'avviso orale (Articolo 1 della legge Scelba-Cossiga). Nel dispositivo della legge, le motivazioni di tale notifica andrebbero ricercate nel numero di reati accumulati, ma Francesco ha per ora solo denunce o processi ancora da aprire, o nelle frequentazioni poco raccomandabili (ESC o il movimento universitario???)....Sulla base di rapide considerazioni viene da pensare che l'attacco di cui Francesco è stato fatto oggetto voglia essere di più che un semplice attacco alla persona, mirando a colpire esperienze di conflitto e di pratiche di autonomia, sempre e comunque esercitate alla luce del sole, nell'ambito delle battaglie che negli ultimi anni hanno investito il tessuto metropolitano sia a livello cittadino che continentale.
Francesco è uno dei fratelli e delle sorelle che hanno dato e continuano a dare vita con i loro corpi e con le loro parole a questa eccedenza. Francesco oggi non può e non deve essere solo. L'attacco nei suoi confronti non è una questione privata.
Voi non potete fermare il vento, gli fate solo perdere tempo!!!!

La poesia della rivolta



La serata comincia con un paio di maledizioni nei confronti del traffico che, facendomi arrivare in ritardo, mi impedisce di sentire i due pezzi d'apertura fatti da picchio e la prima parte del set dei fratelli severini, ma all'ingresso sono subito abrracci con i numerosi amici in platea (per quelli sul palco bisognerà attendere la fine del concerto).
L'occasione si chiama Poesia e Rivolta, ovvero il tour che i Gang e Claudio Lolli stanno portando in giro per l'Italia da qualche mese: due set separati, che ricalcano più o meno parzialmente i loro usuali concerti ed un finale insieme di grande intensità, con Marino e Claudio a duettare su Poco di Buono ed Anna di Francia (ahimé mutilata della sua ultima parte) e gli Zingari a fare da chiusura.
Salutata la partenza di Marino e Sandro, eroici nel ripartire in notturna da Sezze verso l'Emilia dove avrebbero avuto un concerto il giorno dopo, una piacevole sorpresa: la cena con gli altri due moschettieri, Claudio e Paolo (Capodacqua, il suo chitarrista e fraterno amico), si è trasformata via via in una piola improvvisata: chitarre che spuntavano fuori da ogni dove ed un pianoforte che ho pensato bene di colonizzare per una jam session che si è protratta fino a notte fonda, alternando Guccini a Creedence, De Gregori alla Pfm e ai Pink Floyd, e che mi ha regalato il vaffanculo amichevole di Claudio, quando scherzando l'ho invitato a cantare The Guns of Brixton.
Non è proprio questione d'amore, è qualcosa di più.....

12 aprile 2007

God bless you, Dr. Kevorkian

Ero già pronto a scrivere d'altro oggi, così come avrei voluto che l'occasione per parlare di lui fosse di ben altra natura. Invece così non è stato...
Arrivederci, Kilgore Trout!

"Questo è il racconto dell'incontro di due uomini bianchi, solitari, macilenti e abbastanza anziani, su un pianeta che andava rapidamente morendo.
Uno dei due era uno scrittore di fantascienza di nome Kilgore Trout. A quel tempo non era nessuno e immaginava che la propria vita fosse finita. Si sbagliava: in seguito a quell'incontro, divenne uno degli esseri umani più amati e rispettati della storia.
Colui col quale s'incontrò era un rivenditore d'auto, un concessionario della Pontiac di nome Dwayne Hoover. Dwayne Hoover era sul punto d'impazzire.

- State a sentire:
Trout e Hoover erano cittadini degli Stati Uniti d'America, Paese per brevità chiamato direttamente America. Questo che segue era il suo inno nazionale, un'autentica cretinata, come tante altre cose che quel Paese era portato a prendere sul serio:

Oh, dimmi, distingui alla prima luce dell'alba
quella che salutammo con tanta fierezza all'ultimo
bagliore
del crepuscolo?
Le cui larghe strisce e lucenti stelle,
per tutto il periglioso scontro
di sugli spalti vedemmo fileggiare
eroicamente?
E la rossa vampa dei razzi, le bombe
deflagranti nell'aria,
per tutta la notte prova ci diedero
che la nostra bandiera era ancora lì.
Oh, dimmi, ondeggia ancora quel vessillo
a stelle e strisce
sulla terra del libero e sulla patria
del prode?


- C'erano un milione di miliardi di nazioni nell'Universo, ma la nazione alla quale appartenevano Dwayne Hoover e Kilgore Trout era l'unica ad avere, chissà perché, un inno nazionale costellato di punti interrogativi.
Ecco come si presentava la bandiera di quella nazione:


A proposito di questa bandiera, quella nazione aveva una legge che nessun'altra nazione aveva a proposito della propria. E quella legge diceva: “La bandiera non deve essere abbassata davanti a nessuna persona o cosa”.
Abbassare la bandiera era una forma di saluto amichevole e rispettoso che consisteva nel portare la bandiera con tutta l'asta quasi fino a terra, per poi sollevarla di nuovo.

- Il motto della nazione di Dwayne Hoover e Kilgore Trout, che - in una lingua che nessuno più parlava - significava Dalla molteplicità l'unità, era il seguente: E pluribus unum.
L'inabbassabile bandiera era una bellezza e l'inno e il motto insignificante magari non avrebbero avuto molta importanza, non fosse stato che per questo: un bel po' di cittadini erano a tal punto ignorati, ingannati e insultati, da ritenere di aver forse sbagliato Paese, o addirittura pianeta, e da pensare che chissà quale orrendo errore fosse stato commesso. Se quel loro inno e quel loro motto avessero menzionato l'equità o la fratellanza, la speranza o la felicità, se in qualche modo le avessero auspicate per quella società e per i suoi beni reali, essi ne avrebbero tratto un po' di conforto.
Se poi studiavano le loro banconote in cerca di qualche indicazione sulla natura del loro Paese, trovavano, tra tante altre fessate barocche, la riproduzione di una piramide tronca con sopra un occhio raggiante, così:

Neppure il presidente degli Stati Uniti sapeva cosa significasse esattamente. Era come se il Paese dicesse ai propri cittadini: «Nell'insensatezza è la forza»."

da "Breakfast of Champions" di K. Vonnegut

04 aprile 2007

Il dominio e il sabotaggio

Una canzone italiana, stavolta; ancora una volta una canzone di parte. Della parte dove alcuni di noi hanno scelto sempre di stare, la parte della gioia, della lotta, della vita.

CECCO IL MUGNAIO (Mercanti di Liquore)

Forza venite gente, correte, correte, è scoppiata la guerra!
Vi si comanda perciò di prender le armi e lasciar questa terra
il vostro re vi guida alla vittoria, ritornerete carichi di gloria

E tutti quanti dicon di si, e sono già pronti a partire
soltanto Cecco il mugnaio stavolta ha deciso di disobbedire


Forza venite gente, correte, correte, è scoppiata la fame
Vi si comanda perciò di portare a palazzo ogni avanzo di pane
il vostro re dev'essere nutrito, venite a soddisfare il suo appetito

E tutti quanti dicon di si e sono già pronti a partire
soltanto Cecco il mugnaio decide di nuovo di disobbedire


Forza venite gente, correte, correte, è scoppiato il dolore
Vi si comanda perciò di non bere più vino e non fare all'amore
il vostro re si strugge nel tormento, quindi si faccia eco al suo lamento

E tutti quanti dicon di si e sono già pronti a partire
soltanto Cecco il mugnaio, continua tranquillo a disobbedire


Forza venite gente, correte, correte, è scoppiata la peste
Vi si comanda perciò di chiudervi in casa e serrar le finestre
dimenticate dunque questa vita, il vostro re dichiara che è finita

E tutti quanti dicon di si, e sono già pronti a morire
soltanto Cecco il mugnaio decide di nuovo di disobbedire


Ora il villaggio è deserto e nelle contrade non c'è più nessuno
freddo percorre le strade un vento cattivo, fratello del fumo
resta soltanto Cecco che ride a gran voce tra i muri di corte
disobbediente alla fame, alla sete, al dolore e persino alla morte.

03 aprile 2007

Ritagli

Compagno sembra ieri eppure ne è passato di tempo......

Torno ad aprire questo blog dopo giorni in cui è rimasto forzosamente sopito per le peregrinazioni e gli impegni del suo autore, e mi rendo conto di quante delle situazioni e delle sensazioni vissute in quest'ultimo periodo ne siano rimaste fuori.
Avrei dovuto parlare di Bruxelles e della sua luce del nord, di musicisti di strada e di bistrot dove l'odore dei waffel appena fatti si mischia a quello più familiare del caffè. Di bouquinistes dall'accento che tradisce la lontana origine italiana che fanno da unica cesura alla lunga teoria di cioccolate di varia natura in grado di solleticare l'appetito anche delle persone meno gastronomicamente curiose.
Avrei dovuto parlare di Kris e del suo concerto. Da solo - chitarra, voce e armonica - ha regalato le sue storie migliori, storie di naufragi personali e di demoni interiori, storie di lotta e di libertà, storie d'amore.
Avrei anche dovuto parlare del novello "capelli corti generale", accolto nella maniera più acconcia, al suo ingresso nel tempio del sapere e della pletora di reazioni da questo suscitate.
Di Marghera, che mi ha restituito un fine settimana di straordinaria ricchezza umana, prima ancora che politica e splendidi tramonti sulla laguna di Venezia.
Avrei dovuto.....

16 marzo 2007

A vent'anni si è stupidi davvero?

VINGT ANS (Léo Ferré)

Pour tout bagage on a vingt ans
On a l'expérienc' des parents
On se fout du tiers comm' du quart
On prend l'bonheur toujours en r'tard
Quand on aim' c'est pour tout' la vie
Cett' vie qui dur' l'espac' d'un cri
D'un' permanent' ou d'un blue jean
Et pour le reste on imagine
Pour tout bagage on a sa gueul'
Quand elle est bath ça va tout seul
Quand elle est moche on s'habitue
On s'dit qu'on est pas mal foutu
On bat son destin comm' les brèmes
On touche à tout on dit je j'aime
Qu'on soit d' la Balance ou du Lion
On s'en balance on est des lions...

Pour tout bagage on a vingt ans
On a des réserv's de printemps
Qu'on jett'rait comm' des miett's de pain
A des oiseaux sur le chemin
Quand on aim' c'est jusqu'à la mort
On meurt souvent et puis l'on sort
On va griller un' cigarette
L'amour ça s'prend et puis ça s'jette
Pour tout bagage on a sa gueul'
Qui caus' des fois quand on est seul
C'est c' qu'on appell' la voix du d'dans
Ca fait parfois un d' ces boucans
Pas moyen de tourner le bouton
De cett' radio on est marron
On passe à l'examen d' minuit
Et quand on pleure on dit qu'on rit...

Pour tout bagage on a vingt ans
On a un' rose au bout des dents
Qui vit l'espace d'un soupir
Et qui vous pique avant d'mourir
Quand on aim' c'est pour tout ou rien
C'est jamais tout c'est jamais rien
Ce rien qui fait sonner la vie
Comme un réveil au coin du lit
Pour tout bagage on a sa gueule
Devant la glac' quand on est seul
Qu'on ait été chouette ou tordu
Avec le temps tout est foutu
Alors on maquill' le problème
On s'dit qu'y'a pas d'âg' pour qui s'aime
Et en cherchant son coeur d'enfant
On dit qu'on a toujours vingt ans...

20 febbraio 2007

Parole, parole, parole


"Siamo pervasi di parole inutili, di una quantità folle di parole e di immagini. La stupidità non è mai muta né cieca. Il problema non è più quello di fare in modo che la gente si esprima, ma di procurare loro degli interstizi di solitudine e di silenzio a partire dai quali avranno finalmente qualcosa da dire. Le forze della repressione non impediscono alla gente di esprimersi, al contrario la costringono ad esprimersi."

G. Deleuze

14 febbraio 2007

Canadian Whiskers



...No non è un errore di scrittura: si parla proprio di gatti, anzi di un gatto in particolare. Un gatto che, come viene a ricordarci il suo nome, buddy - che di volta in volta potrebbe essere tradotto come amico, fratello, compagno - sta dalla nostra stessa parte della strada. E su quella strada cammina portandosi dietro una valigia, da poter aprire sotto un cielo stellato ogni volta che decida di fermarsi in qualche posto, magari la piccola città di minatori narrata in questa canzone, che provo a trascrivere qui con una dedica particolare a Franco.

STRIKE (Ry Cooder)
I got off the train one evening
in a little miners' town
I started walkin' up the main street
when the sun was goin' down
when I heard the boys were singin'
so I went to see what for
might just be a birthday party
and it might be room for just one more.

But they were miners and their families
they have left the mine that day
walked out for safe conditions
on strike for decent pay
and they sang about their struggle
and their spirit never fail
"keep your hand upon the dollar
and your eye upon the scale".

"Union miners stand together
heed no operator's tale
keep your hand upon the dollar
and your eye upon the scale".

All at once police came running
they came running everywhere,
they broke up the miners' meeting
and carried everyone to jail
but the miners kept on singing
and they sang the all night long
as the sun goes up in the morning
I have learned that miners' song.

Well the judge he asked the police captain
"what's that red cat doin' here?"
"get all the reds off the street, sir
was your orders loud and clear".
Now they turned me on the jailhouse backdoor
but I wouldn't leave my miner friends
I jumped out to the jailhouse window
and I sang that miner song again.

"Union miners stand together
heed no opeator's tale
keep your hand upon the dollar
and your eye upon the scale".

Libertà va cercando, ch'è sì cara...



"D'altra parte, non credo all'esistenza di qualcosa di funzionalmente e- per sua propria natura - radicalmente liberatorio. La libertà è una pratica. Dunque, può sempre esistere, in effetti, un certo numero di progetti che tendono a modificare determinate costrizioni, ad ammorbidirle, o anche ad infrangerle, ma nessuno di tali progetti, semplicemente per propria natura, può garantire che la gente sarà automaticamente più libera; la libertà degli uomini non è mai assicurata dalle istituzioni e dalle leggi che hanno la funzione di garantirla. E' questa la ragione per cui, in realtà, la maggior parte di queste leggi e di queste istituzioni possono essere aggirate. Non perché esse siano ambigue, ma perché la "libertà" è una cosa che deve essere praticata."
M. Foucault

04 febbraio 2007

Ribelli



"L'utopia sta all'orizzonte. Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi.
Faccio dieci passi e l'orizzonte si allontana di dieci passi.
Per quanto cammini, non la raggiungerò mai.
A cosa serve l'utopia? A questo: serve a camminare"
Edoardo Galeano