16 marzo 2006

Chisciotte e gli invisibili

La scena è scarna: fondo nero e, in mezzo al palco, un tavolo di legno con quattro sedie. Sopra il tavolo una lampada, le accensioni e gli spegnimenti della quale, come avrà poi a dire l'autore, rappresentano le cesure tra le diverse stanze in cui si articola la bellissima e sofferta canzone che sta per essere rappresentata. Una canzone con un titolo sospeso tra Cervantes e Balestrini, Chisciotte e gli invisibili.
Tre persone sulla scena, un abile clarinettista, un cantautore ferroviere ed uno scrittore, che poi sarebbe il principale artefice del tutto. Tre persone, quattro sedie, perché l'ultima sedia, quella rimasta vuota è una chiamata di corresponsabilità per quelli che ancora sentono di vivere momenti più o meno lunghi della propria vita come risposta a tutta una serie di domande, quella generazione
catturata dallo stesso autore in una frase del suo Aceto, Arcobaleno.
E allora Chisciotte possono essere i valsusini in lotta, i migranti incarcerati in lager chiamati eufemisticamente centri di permanenza temporanea, ma anche il poeta bosniaco Izet Sarajlic, cittadino tra i cittadini di una città martoriata da bombe umanitarie, e Nazim Hikmet, i cui versi sono serviti da prologo al viaggio in forma di canzone, partito alla ricerca di dulcinea, passato per guerre e morti per soffermarsi, alla fine, in mezzo agli invisibili.
Gli invisibili, descritti prima attraverso i loro piedi costretti ("sono la parte più prigioniera di un corpo incarcerato. E chi esce dopo molti anni deve imparare di nuovo a camminare in linea retta.") e poi attraverso la dedica ad una cara amica, sul cui foglio è scritto: fine pena, mai. Una dedica che all'inizio erano 'linee che vanno troppo spesso a capo' cui, per l'occasione, sono stati aggiunti tre accordi di accompagnamento. Una dedica che qui riporto per intero.


BALLATA PER UNA PRIGIONIERA (Erri de Luca)

Era pericoloso
lasciarle mani franche
senza ferri avvitati intorno ai polsi
quando rivide spazio, alberi, strade,
al cimitero dove
portavano suo padre.
Dieci anni già scontati,
ma contarli non serve,
l'ergastolo non scade,
più vivi più ci resti.

Era pericoloso
permetterle gli abbracci,
e da regolamento
è escluso ogni contatto.
Era pericoloso
il lutto dei parenti,
di fronte al padre morto
potevano tentare
chissà di liberare
la figlia irrigidita,
solo per pareggiare
la morte con la vita.

Spettacolo mancato
la guerriera in singhiozzi,
ma chi è legato ai polsi
non può sciogliere gli occhi.
Per affacciarsi, lacrime e sorrisi,
debbono avere un po' d'intimità
perché sono selvatici, non sanno
nascere in stato di cattività.

"Non si è più stati insieme, vero, babbo?
Prima la lotta, gli anni clandestini,
neppure una telefonata per Natale,
poi il carcere speciale, la tua faccia,
rivista dietro il vetro divisorio,
intimidita prima, poi spavalda
e con una scrollata delle spalle
dicevi: 'muri, vetri, sbarre, guardie,
non bastano a staccarci,
io sto dalla tua parte
anche senza toccarti,
anzi, guarda che faccio,
metto le mani in tasca'.
Porta pazienza, babbo, anche stavolta
non posso accarezzarti
tra i miei guardiani e i ferri.
Però grazie: di avermi fatto uscire
stamattina, di un gruzzolo di ore
di pena da scontare all'aria aperta".

Ora la puoi incontrare
la sera quando torna
a via Bartolo Longo,
prigione di Rebibbia,
domicilio dei vinti
di una guerra finita,
residenza perpetua
degli sconfitti a vita.
Attraversa la strada, non si gira,
compagna Luna, antica prigioniera
che s'arrende alle sbarre della sera.

1 commento:

Evil Inside ha detto...

"Mi sembrò di sentire la paura bussare alla porta,
il coraggio andò ad aprire ma non trovò niente..."

Vero, a volte certe paure sono infondate,
ma se il coraggio fosse momentaneamente assente?
se fosse sommerso da un mare di pensieri,
prigioniero di un Fiume in piena di se e di forse?
senza un degno usciere riusciremo ad aprire quella porta?

e una volta fuori come trovare la strada,
quando la bussola impazzisce nella confusione?
quando alzando lo sguardo non si riesce a distinguere
tra la luce del sole e il riflesso della luna?
Cosa farei se uscendo, invece di imboccare
il tanto agoniato sentiero segnato dalla luce diurna,
mi perdessi nelle tenebre della notte?

Il Fiume ha due grossi affluenti,
due riflessi della mia personalità,
me stesso il ragazzo insoddisfatto,
me stesso il chimico reattivo...

Ormai non manca molto ad una Domenica
quest'anno doppiamente ricca di illusioni,
spirituali e terrene...
Ci saranno molti ulivi in giro...
...
Ma farete meglio a rendere il futuro meno evanescente,
rispettare per una volta la vostra parola...
Altrimenti la vostrà stupidità vedrà il fuoco che arde dentro di noi...

- urla di guerra di un cuore confuso -