01 settembre 2006

Primo turno, lunedì, 6 di mattina


La New Jersey Turnpike, prima, e la Garden State Parkway, poi, sono due autostrade proprio come te le immagineresti, in una nazione come l'America: tante corsie ed uno sguardo che progressivamente si perde lungo l'orizzonte. Tutte e due tagliano lo stato-giardino da nord a sud, divergendo poco sotto Newark ed entrambe condividono lo stesso paesaggio fatto di ciminiere sbuffanti e pale eoliche che vorticano irrispettose di ogni negazione del moto perpetuo.
Questa è stata una delle mie prime immagini dell'America, un'immagine restituita ai miei occhi di bambino dai vetri di una macchina che quello stesso asfalto calcava per portarmi dalla metropoli verso una provincia dai toni quasi cinematografici, fatta di steccati dipinti e di easter bunnies sui pratini falciati di fresco, fatta di sugar candies e della parata in costume per il giorno di Pasqua sulla Ocean Promenade, una provincia molto simile a quella immortalata nel film True Stories, allora uscito da poco. Eppure, quella cittadina di provincia, potenzialmente anonima nella sua tipicità, aveva già allora per me un some evocativo, che l'avrebbe resa differente da tutte le cittadine analoghe che avrei poi visto in seguito, Asbury Park.
Sono passati quasi vent'anni da quel giorno e in questo lasso di tempo questa immagine è rimasta nascosta nei meandri della mia memoria, una fra le tante finché un giorno, in uno dei miei soliti ascolti springsteeniani, mi è capitato di risentire una canzone, forse tra le meno note del boss, che me l'ha richiamata alla mente.
La canzone si chiama Factory (ovvero Fabbrica) e racconta una storia molto simile alla Sesto San Giovanni dei Gang, uno sguardo di parte sulla condizione operaia e sulla schiavitù del lavoro, che condensa molta più verità di tanti saggi sociologici o presunti tali (d'altronde, è stato proprio Springsteen a dire "abbiamo imparato più da 3 minuti di disco che da tutti gli anni passati a scuola"). Bene, risentendo questa canzone ho ripensato a quelle highways sterminate, dove il sole disegnava arabeschi sulle nuvole di fumo che uscivano dalle fabbriche per chi, come me, le attraversava da turista, e che, invece, rappresentano solo un ulteriore tributo di chilometri pagato al solito dio fatti il culo, per coloro ai quali, giorno dopo giorno, la nebbia "confonde giorno e sera" fino a farli sentire "come dei fantasmi sopra una corriera"


FACTORY (Bruce Springsteen)

Early in the morning factory whistle blows,
Man rises from bed and puts on his clothes,
Man takes his lunch, walks out in the morning light,
It's the working, the working, just the working life.

Through the mansions of fear, through the mansions of pain,
I see my daddy walking through them factory gates in the rain,
Factory takes his hearing, factory gives him life,
The working, the working, just the working life.

End of the day, factory whistle cries,
Men walk through these gates with death in their eyes.
And you just better believe, boy,
somebody's gonna get hurt tonight,
It's the working, the working, just the working life.

1 commento:

FM ha detto...

...E la traduzione in italiano:

FABBRICA

La mattina presto, al fischio della sirena
l'uomo si alza dal letto e si mette addosso i suoi vestiti
prende il pranzo e si incammina alle prime luci del mattino,
è la vita lavorativa, nient'altro che la vita lavorativa.

Tra edifici di paura e palazzi di sofferenza,
vedo mio padre attraversare i cancelli di fabbrica sotto la pioggia
la fabbrica si è presa il suo udito, la fabbrica gli dà la vita
è la vita lavorativa, nient'altro che la vita lavorativa.

Alla fine della giornata al pianto della sirena
gli uomini attraversano quei cancelli con la morte negli occhi
e ci puoi scommettere, ragazzo, qualcuno finirà male stasera
è la vita lavorativa, nient'altro che la vita lavorativa.