03 febbraio 2007

Sestri Levante


Poi forse quest'inverno sarà freddo

e ci sarà la neve

e conterò ordinatamente i figli
quelli persi in teatro
quelli lasciati agli altri
mi curerò le zampe dalle schegge di vetro
farò più lunghi i passi per non guardare indietro.
Parlerò con le stelle
parlerò con le stelle
parlerò con le stelle.

Esterno. Notte di mezzo inverno. La ragazza si incammina sola su un marciapiede che le sembra troppo vuoto. Non è abituata agli inverni senza neve della metropoli, e i passi le risuonano ancora più solitari. Ogni passo, un pensiero...ad altri inverni e alla sua serenità di bimba affrontata a palle di neve, a inverni più recenti scaldati da bicchieri di vino rosso e da un corpo di donna, a una mancanza troppo presente.


E la ragazza andava via leggera

che pareva volare

si portò via ordinatamente i sogni
a ogni passo piccina
così bene lontana

guardandola di schiena pensai: "È la prima volta
che lei sta con un altro

e che non me ne importa"
e ho finito di amarla
oggi ho smesso di amarla

ho finito di amarla.


E' difficile lottare coi ricordi! Svaniscono proprio mentre stai per assestar loro il colpo decisivo, come pugili abili a schivare ogni affondo. Così il pensiero di lei. Lei che era stata una delle poche persone che la ragazza avesse sentito di amare veramente. Lei che, da quando la loro storia era finita, non le aveva mai risparmiato la propria immagine vicino a qualcun'altra. Lei che la ragazza si era detta più volte di non amare più, non riuscendosene mai a convincere fino in fondo.



Darei un soldino per un tuo pensiero

se pesasse una piuma

ed è un po' poco quando in altri tempi

ti ho promesso la luna

e l'ho presa fra i denti:

così ho detto ai soldati
che non c'è più battaglia
molti scrivono a casa
qualcuno se la squaglia.
Ma faranno l'amore
ma faranno l'amore
ma faranno l'amore.


La ragazza ora è sola nella sua stanza. Parole che scorrono su uno schermo si sostituiscono al suono di quella voce che ancora le provoca un misto di disagio e turbamento. La ragazza ha smesso di lottare: non è più tempo di farsi del male, vuole specchiare i suoi occhi in un colore diverso dal rosso di un bicchiere appena rabboccato. Forse non oggi, ma anche lei tornerà presto a sentire un altro corpo sotto le sue dita, a leggersi la vita in un altro paio di occhi, a sentirsi raccontata da altre parole.



Io perderò i capelli lentamente

vicino a qualche donna

lei sarà lei d'estate fra la gente
come un granchio di sabbia
felice finalmente
e guardandola uscire dall'ultimo concerto
pensai che forse è meglio per lei avermi perso
oggi a Sestri Levante

oggi a Sestri Levante

oggi a Sestri Levante.

30.01.2007


"Voi non potete fermare il vento
gli fate solo perdere tempo...."

24 gennaio 2007

Wonderful Copenhagen




Ho sempre amato il mare. Qualcuno potrebbe facilmente ironizzare che sia a causa del mio nome o del mio essere doppiamente pesci, segno ed ascendente, ma ovviamente i motivi, se di motivi si può parlare per qualcosa che attiene anche e soprattutto alle sensazioni, vanno ricercati altrove.
Forse un buon punto di partenza potrebbe essere rubato alla definizione del cielo dell'eterno soldato vecchioniano: "è troppo grande per capirlo al volo", definizione che potrebbe condividere con un altro amore della mia vita, i gatti, entrambi diffidenti per natura, difficilmente pronti a darsi subito, ma pronti a leccarti qualsiasi cicatrice, una volta conquistato il loro segreto.
Ed è da una città di mare che adesso scrivo, un mare totalmente diverso dal mio mediterraneo, un mare livido e profondo, che oggi è trapuntato da piccoli fiocchi di neve caduti da poco, come una piccola metafora delle partenze e dei ritorni che alla stessa acqua spesso si accompagnano.....
Il destino dei marinai....ma, forse, questa è un'altra storia.

AMSTERDAM (Jacques Brel)

Dans le port d'Amsterdam
Y a des marins qui chantent
Les rêves qui les hantent
Au large d'Amsterdam
Dans le port d'Amsterdam
Y a des marins qui dorment
Comme des oriflammes
Le long des berges mornes

Dans le port d'Amsterdam
Y a des marins qui meurent
Pleins de bière et de drames
Aux premières lueurs
Mais dans le port d'Amsterdam
Y a des marins qui naissent
Dans la chaleur épaisse
Des langueurs océanes

Dans le port d'Amsterdam
Y a des marins qui mangent
Sur des nappes trop blanches
Des poissons ruisselants
Ils vous montrent des dents
A croquer la fortune
A décroisser la Lune
A bouffer des haubans
Et ça sent la morue
Jusque dans le coeur des frites
Que leurs grosses mains invitent
A revenir en plus
Puis se lèvent en riant
Dans un bruit de tempête
Referment leur braguette
Et sortent en rotant

Dans le port d'Amsterdam
Y a des marins qui dansent
En se frottant la panse
Sur la panse des femmes
Et ils tournent et ils dansent
Comme des soleils crachés
Dans le son déchiré
D'un accordéon rance
Ils se tordent le cou
Pour mieux s'entendre rire
Jusqu'à ce que tout à coup
L'accordéon expire
Alors le geste grave
Alors le regard fière
Ils ramènent leur batave
Jusqu'en pleine lumière

Dans le port d'Amsterdam
Y a des marins qui boivent
Et qui boivent et reboivent
Et qui reboivent encore
Ils boivent à la santé
Des putains d'Amsterdam
De Hambourg et d'ailleurs
Enfin ils boivent aux dames
Qui leur donnent leur joli corps
Qui leur donnent leur vertu
Pour une pièce en or
Et quand ils ont bien bu
Se plantent le nez au ciel
Se mouchent dans les étoiles
Et ils pissent comme je pleure
Sur les femmes infidèles

Dans le port d'Amsterdam
Dans le port d'Amsterdam.

23 gennaio 2007

The road and the rose of San Joaquin



Una melodia che viene da lontano, da altri confini ed altri viandanti. Parole che parlano di sogni e di rimpianti, di compagni di viaggio e di strade percorse, cattive strade le si potrebbe definire, rubando le parole ad un cantautore nostrano, lette sui volti ammicanti dei gitani che danzano e narrate dagli ambulanti che popolano delle loro voci ogni miglio di cammino. Mutevoli come granelli di vita sparsi dal vento di città in città, sospesi tra quelle stesse strade e la rosa di San Joaquin.


TRAMPS AND HAWKERS
(Jim Ringer)

I choose to see not the things that be or the miles and the years that have gone
I pay no heed to tomorrow's need, I'm blinded by the snow and the sun
Till all I can see is my darling and me, like young flowers blooming in spring

Like flowers we grew and no other I knew but the rose of the San Joaquin

The gypsies dance while stealing a glance at a seed that might blow in the wind

And the fields are worked in a sweat-stained shirt, then the workers move on again

And the tramps and hawkers with stories wild beguile a young boy's dreams

Enticing me to leave my home and the rose of the San Joaquin


I've watched the rise of light in the sky where the sun climbs out of the sea

Seen giants fall in mountains tall where the lumbermen cut down the trees

I've played in the sand with the Gulf Coast wind, fell asleep in the grass tall and green

But nowhere I've been would I go back again except to the San Joaquin


Well, the road back home is hard and it's long and the miles they turn into years

And the tramps and hawkers in every town, oh God, but it brings me to tears

When I got home I found just a flower on a mound where it shamed the green grasses of spring

It grew from the grave of my darling little girl, the rose of the San Joaquin

Oh see us today out on your highway or asleep in the doors of a train

See the gypsies dance with their damn knowing glances, hear the peddlers shout out their refrain

And who's gonna care, and who's gonna share all the joys and sorrows we've seen?

Like ghosts we roam without friends or home, these tramps and hawkers and me

Like ghosts we roam without friends or home, these tramps and hawkers and me

21 gennaio 2007

Frammenti di un discorso amoroso



There’ll be no strings to bind your hands

Not if my love can find your heart
And there’s no need to take a stand

For it was I who choose to start
I see no need to take me home
I’m old enough to face the dawn


E' l'alba, e la ragazza è sola. Porta ancora addosso l'odore di un amore consumato finalmente senza l'obbligo di un tempo scandito da una convivenza che le va stretta. E insieme al giorno le nascono dentro speranze che cerca di soffocare nel dubbio di un domani incerto e di un presente senza troppe domande. Mentre ascolta i suoi passi sul selciato si ripete il ritornello di una vecchia canzone americana, confessandosi a mezza voce che per quanto si sforzi non riuscirà mai ad essere fino in fondo un vero angelo del mattino.

and thanks, for the trouble you took from her eyes
I thought it was there for good so I never tried.

La ragazza si ferma di colpo a guardare la sua immagine riflessa nei vetri di un negozio appena aperto. Per un momento torna a sentirsi desiderata, ad immaginarsi che gli sguardi di qualcuno dei passanti che incrocia incidentalmente siano rivolti a lei, alla sua bellezza che prima di questi giorni portava in giro distrattamente come uno qualsiasi dei suoi abiti una misura più grandi.
Troppe volte si era chiesta se ci fosse in lei qualcosa che non andasse o se quel senso di sconfitta che si portava addosso fosse il retaggio di un'educazione alla sofferenza nella quale, tutt'ad un tratto non sentiva più di riconoscersi.

Then I headed back for home,
And somewhere far away a lonely bell was ringin'.

And it echoed through the canyons,

Like the disappearing dreams of yesterday.


Interno Giorno. La ragazza stringe nelle mani un telefono ancora caldo di lunghi minuti di conversazione e di lacrime che ne hanno lambito i contorni. Non riesce ancora a smettere di piangere su un qualcosa che non si sente di chiamare amore o meglio che non ha nemmeno avuto il tempo di guadagnarsi un nome, quale che esso potesse essere. Ingannata e tradita da quello stesso tempo cui aveva affidato il peso della scelta si sforza di seppellire il rimpianto sotto un cumulo di buone ragioni, senza riuscire ad esserne troppo convinta.

I don't mean to suggest that I loved you the best,
I can't keep track of each fallen robin.
I remember you well in the Chelsea Hotel,
that's all, I don't even think of you that often.

08 gennaio 2007

Il paradiso può attendere


C'è un uomo ormai avanti con gli anni, quell'uomo è rimasto solo e la sua solitudine è ingigantita dalle immagini di una vita comune delle quali ancora si circonda e dai gesti rituali che continua a ripetere giorno dopo giorno. Ha un figlio, con il quale però non riesce a rapportarsi, rappresentando per quest'ultimo il feticcio di tutte le proprie insicurezze e senso di inferiorità. Quell'uomo è stato un campione, forse il più grande della sua categoria, anche se ora si trova costretto a snocciolare gli stessi ricordi patinati a clienti distratti che entrano nel suo nuovo ristorante italiano. Quell'uomo ha una possibilità, "solitudini che si incontrano" direbbe la versione vecchion-nanniniana del gioiello di Kristofferson, e a quella possibilità si aggrappa con tutte le sue forze per poter risalire la china. Anche quando quella possibilità per lui significa varcare la linea, già perché il suo ultimo sfidante ha quello come soprannome, "the line", un soprannome ironicamente accostato al fittizio nome che gli è stato assegnato Mason Dixon (strana ironia della sorte per un pugile di colore dei bassifondi che si è emancipato ed è diventato un campione famoso avere come nome Mason Dixon e per sovramercato "the line" come soprannome, quasi a voler rimarcare con insistenza quella linea che per anni ha diviso fisicamente gli Stati Uniti e che è continuata e continua ad esistere ancora più o meno immaterialmente nell'immaginario di più di una persona).
Sabato ho visto Rocky Balboa....e non ne sono affatto pentito :-).

30 dicembre 2006

La morte verrà all'improvviso


Ci sono pochi argomenti che hanno attraversato qualsiasi forma di espressione artistica fin dalle epoche preistoriche e uno di questi è sicuramente la morte: dalle rappresentazioni pittoriche all'interno delle piramidi o delle necropoli in genere alle lamentazioni funebri, tra i primi esempi di lirica corale nella grecia antica, dallo sviluppo di tutta l'arte cristiana (che tra santi, martiri e cristi, di morti ne ha viste non poche) ai kaddish, non ultimo quello pubblicato negli anni '50 da allen ginsberg.
E di morte parlano anche, come suggerisce il nome stesso, le murder ballads, ballate (e quindi liriche o canzoni) dove si narra di omicidi, spesso intrecciati a sentimenti di amore di varia natura (erotico, filiale...). Molte delle murder ballads più famose fanno parte del corpus di ballate anglo-scozzesi raccolte da Francis James Child le quali, giunte in territorio americano con i pellegrini, dopo vari mutamenti sia linguistici che narrativi, ne vennero a costituire un importante patrimonio musicale (sentito a tal punto proprio dalla tradizione folk statunitense che, per dirne una, joan baez a questo repertorio ha dedicato due dischi).
Tra l'altro, Lord Randall, una delle murder ballads più famose del corpus childiano, ha un incipit che a più di uno dovrebbe ricordare qualcosa:
Where did you go, Lord Randall my son?
Where did you go, my beloved one?
E come non citare il meraviglioso concept album di Nick Cave, "murder ballads" appunto, che pescando tra musiche tradizionali e brani scritti per l'occasione, disegna con la sua bellissima voce dieci affreschi sospesi tra l'amore e la morte (solo per segnalarne una, consiglio di ascoltare il duetto con Kylie Minogue "where the wild roses grow").
Ma di murder ballads ne sono state scritte anche in italiano, da eri piccola così di fred buscaglione a lella di edoardo de angelis, fino ad arrivare all'ultimo disco dei Del Sangre, impreziosito, tra le altre cose, dalla bellissima Marcella, au revoir

MARCELLA, AU REVOIR (Del Sangre)

Non saranno i fiori che appassiscono
a parlarmi di com'eri tu
e una foto che imprigiona un attimo
a scaldarmi il cuore un po' di più
Io non ho mai più versato lacrime per te
devo dire però che eri bella marcella, au revoir

Non saranno i tuoi profumi ancora qui
e i tuoi finti quadri di van gogh
e le tue poesie a farmi commuovere
io non ti rimpiango neanche un po'
se all'inferno o in cielo un giorno tornerò da te
devo dire però che eri bella marcella, au revoir

Non saranno i dischi che ti regalai
a suonarti marce funebri
non sarà l'incenso che ti avvolgerà
a portare via i tuoi uomini
ho il riscosso il prezzo del tuo vivere più in là
devo dire però che eri bella marcella
devo dire però che eri bella marcella
devo dire però che eri bella marcella, au revoir.

21 dicembre 2006

Metafisica del confine


Difficilmente, se si volesse stilare una sorta di abecedario americano, la lettera B potrebbe essere occupata da un termine diverso da border. Il tema del confine è infatti uno dei protagonisti più presenti sia nell'immaginario che nell'universo lessicale statunitense, fin dal tempo della nascita della nazione. Veri o figurati che fossero, l'intero sviluppo della storia americana ha visto svolgersi una continua dialettica tra open range e fence, tra spazi aperti e steccati posti a difesa di quelli che andavano divenendo, di volta in volta, confini, appunto.
Confini più o meno immateriali, come quelli che per più secoli hanno proceduto lungo la linea del colore e confini più tangibili come il lungo muro che, dal Texas alla California, dovrebbe servire a tenere lontani i messicani e gli irregolari in genere. Persino la porta verso il regno dei cieli è vista come un confine da attraversare (d'altronde dio e gli ostacoli da superare costituiscono un'interessante semplificazione del calvinismo tramandato dai pellegrini) e gli stessi termini che si usano per l'uno vengono interamente assorbiti dall'altro (e qui mi verrebbe da citare la bellissima ride'em jewboy di kinky friedman, "ride along the old corral").
Ma il border non è una categoria neutra, sul confine si vince e si perde, si ama, si nasce e si può anche morire, magari d'inverno in mezzo alle nevi della california....

CALIFORNIA SNOW (Tom Russell)

I'm just tryin' to make a livin'
I'm an old man at thirty-nine
With two kids and an ex-wife
Who moved up to Riverside
I'm workin' down on the border
Drivin' back roads every night
Mountains east of El Cajon
North of the Tecate line.

Where the California summer sun
Will burn right through your soul
But in the winter you can freeze to death
In the California snow.

I catch the ones I'm able to
And watch the others slip away
I know some by their faces
And I even know some by name
I guess they think that we're all
Movie stars and millionaires
I guess that they still believe
That dreams come true up here.

But I guess the weather's warmer
down in Mexico
And no one ever tells them
‘bout the California snow.

Last winter I found a man and wife
Just about daybreak
Layin' in a frozen ditch
South of the interstate
I wrapped ‘em both in blankets
But she'd already died
The next day we sent him back alone
Across the borderline.

I don't know where they came from
Or where they planned to go
But we carried her all night long
Through the California snow.

Sometimes when I'm alone out here
I get to thinkin' about my life
Maybe I should go to Riverside
And try to fix things with my wife
Or maybe just get in my truck
And drive as far as I can go
Away from all the ghosts that haunt
The California snow.

Where the California summer sun
Can burn right to your soul
And in the winter you can freeze to death
in the California snow.

Tracce d'un'estate ungherese


Pochi tratti
sopra un foglio
bianco

Il mio volto
è diventato
questo
per te
ragazza
senza nome
incontrata
in un giorno
di silenzio

Pochi tratti
e tu mi hai
trasformato
in carta scritta
che si può
buttare

11 dicembre 2006

Dal Valdarno al West

Una cornice familiare e splendida come sempre, due amici cantautori, vino e tequila come se piovesse....una canzone su una terra vicina, che ha il sapore delle grandi ballate tex-mex del border americano.

SANTA BARBARA (Massimiliano Larocca)

E' l'ora dell'ultimo pasto
ma in strada qualcuno è rimasto
a prendere i gatti alla fune
a tirare sassi nel fiume.

Nessuno si fa più domande
nessuno azzarda risposte
mentre i mesi trascorrono lenti
a Santa Barbara.

Mio padre lavorava in miniera
dall'alba alle nove di sera
e portava a casa soltanto
due semi di zucca e tabacco.

Novanta piedi nel sottosuolo
novanta metri sul territorio
il sole non mostra i suoi denti
a Santa Barbara.

Il sole non mostra i suoi denti
a Santa Barbara,
la vita votata al lavoro
piegati alla legge dell'oro.

C'è un uomo stretto in un doppiopetto
che dorme ancora dentro il mio letto
ha preso i frutti delle mie mani
all'ombra di due grandi vulcani.

Il sole non mostra i suoi denti
a Santa Barbara,
la vita votata al lavoro
piegati alla legge dell'oro.

L'inverno del '57
le lampade si sono già spente
la valle ora ha un volto irreale
più simile a un paesaggio lunare.

Mio padre brandiva un piccone
io siedo sopra un braccio motore
scavando alla luce del giorno
a Santa Barbara.

06 dicembre 2006

I segni sulla pelle

Ho scritto queste poche righe durante le giornate del marzo parigino, con la dedica ad una cara amica, i cui frammenti di vita ho cercato di catturare, rubando parole ad un libro allora letto da poco.

Un libro. Uscito al momento giusto, ma letto solo adesso, dopo un numero di anni troppo breve per segnare una distanza, comunque serrata dalla continuità che caratterizza le nostre lotte. Un libro che sarebbe stato il regalo ideale per accompagnare una nuova partenza.

"Mi ero immaginata cento motivazioni, ma non che avessi paura di una storia d'amore. Non mi sembra molto rivoluzionario come comportamento, ma ognuno vive le proprie contraddizioni e quindi...."

Chissà se la ragazza pensava queste stesse parole vedendosi seduta accanto a quel filosofo forse ancora troppo ragazzo a dispetto degli anni che la sua faccia pubblica gli impongono di avere.... Chissà cosa si sarebbe vista rispondere ad una considerazione del genere?
Corre lento il pullman lungo le strade di una penisola che, ad attraversarla tutta ti sembra sempre non debba finire mai, tra i messaggi e le telefonate dei compagni ed il desiderio misto ad invidia di quelli che non hanno potuto esserci.
In ogni caso, senza sogni non si va da nessuna parte e si finisce per restarsene in casa con i propri mugugni. Loro a casa non ci sono rimasti, ed è per questo che possono desiderare anche l'impossibile.

Sì, quell'impossibile che, da bambini, avevano appreso dal giovane comandante argentino essere un portato dei sogni dei realisti, l'unica risposta possibile alle domande che la vita gli avrebbe posto giorno dopo giorno. Una continua appropriazione e riappropriazione, dei propri bisogni, di uno spazio che fosse espressione di desideri, di una piazza e di strade sottratte alla necessità ed ai ritmi del capitale per essere un luogo del tempo presente, il luogo del plurale collettivo. E allora anche il viaggio porta con sé una lentezza scandita dalle soste di un noi sempre più grande, talmente grande da potercisi accomodare anche in due.
Il problema è come ricominciare, con quali gesti, con quali parole. Fino ad un attimo prima erano due ex incontratisi per caso in mezzo a decine di migliaia di persone; adesso sono di nuovo due parti di un tutt'uno che guarda il mondo dalla stessa finestra e decide se spalancarla o chiuderla per sempre.

Gli occhi della ragazza hanno visto una città familiare infiammarsi e piangere, colorarsi e resistere; la voce del filosofo ha narrato ed analizzato, si è fatta memoria per chi stavolta non c'era e monito per chi non ci sarà mai.
è lunga la notte che li riporta a casa, ma si sa:
le strade, di notte, hanno bisogno di stelle.

30 novembre 2006

Eccedi Sottrai Crea

[...] in due. Poichè ciascuno di noi era parecchi,
si trattava già di molta gente.

[...] che ci porta sulle strade
della gente che sa amare.


Esc compie due anni.
E il due è un buon numero. Due è il numero della separazione. Due è il
numero della differenza. Due rende possibile l’autonomia. Almeno in due per
essere liberi.
E poi Due rompe la solitudine. Due è «il contrario di uno». Meno solitudine,
più potenza. Due è già cooperazione. In due è possibile un amore. Un amore,
il gioco si fa sovversivo.

Esc compie due anni.
Intanto c’è solitudine nell’aria. La Politica ci ha detto: “Bravi ragazzi,
siete stati bravi. Adesso a casa, filare, a casa, di nuovo soli, soli come
prima! Ci pensano i Grandi, ci pensa la Politica!”
Due, bisogna trovare il modo di essere ancora in due, meglio in tanti.
Perchè due è subito molti e i molti non sanno che farsene del ritornello
stonato e freddo della Politica.
Due può ancora giocare. Due non ha alcun interesse a diventare adulto. Nè
adulti, nè lavoro, semmai Reddito! Reddito per i molti, per l’intelligenza
che riguarda i molti quando agiscono di concerto. Almeno in due per essere
singolari. I molti sono sempre anche singoli.
La Politica ama SOLO chi rimane SOLO. Perchè chi rimane solo ha paura e chi
ha paura non smette mai di delegare, di andare al lavoro, di cadere in
depressione, di imbottirsi di prozac. Chi è solo non rompe i coglioni. Chi è
solo paga. Chi è solo consuma. Chi è solo sa cosa vuol dire autodistruzione.


Esc compie due anni.
È cambiata la fase, è cambiato il tempo. È arrivato il freddo, quello più
insopportabile, quello che si trova quando si torna a casa.
Ma Due non torna a casa. Una casa semmai serve «per andare in giro per il
mondo». Due e c’è ancora speranza. E in due è ancora possibile conoscere.
Due, il pensiero può ancora pensare.

Esc compie due anni.
Due è antagonismo. Il due rompe l’omogeneità del Sovrano. Due è il contrario
di Uno. Due è il contrario del Sovrano. Antagonismo è separazione,
separazione non è ghetto, separazione è COMUNE. Due è COMUNE.
COMUNE è amore per la ribellione. Due, almeno in due per ribellarsi. Due è
la lotta di classe.
Due è amore, amore è potenza, potenza è in molti, due e più di due,
sicuramente il contrario di uno.

Per chi è già parecchi
In molti,
venerdì 1 dicembre
Due anni di Esc,
con Renato e Antonio nel cuore,
con la Francia negli occhi,
con la gioia e le lacrime di chi
sa amare

..........

21 novembre 2006

Volver.....



Scena. Esterno, notte. Una notte che potrebbe essere tutte le notti come nessuna, un sogno macchiato di poche stelle e di un'esile lacrima di luna.
La ragazza cammina verso il suo futuro anteriore; in testa, più di un pensiero che scandisce il ritmo dei passi sul selciato. La ragazza ha fretta: il futuro ha il volto sfuggente di un uomo che invecchia presto e la ragazza lo sa. Incidentalmente, le tornano alla mente le parole di un vecchio tango argentino, il caleidoscopio di suoni e fruscii di un vecchio 33 giri ascoltato sul giradischi di famiglia e la voce di gardel che sussurrava:
"Sentir...
que es un soplo la vida,
que veinte años no es nada,
que febril la mirada,
errante en las sombras,
te busca y te nombra."
Il ricordo dura pochi passi, per poi lasciar spazio ad altri pensieri partoriti di fresco....que veinte años no es nada...si fa presto a dire che vent'anni non son nulla, se la misura del tempo non sono i singoli giorni, e questo la ragazza lo sa. Lei è di giorni che si nutre, anzi, di giornate, che riempie di tutto ciò che ella suole chiamare vita, senza tralasciare alcun aspetto.
Ma chi sa se la vita assomiglia

al fanciullo che corre lontano.....
La ragazza sa che la vita è una preda difficile da rincorrere e ogni tanto si ferma a cercare aiuto. Ogni sua sosta è il racconto di una necessità, il bisogno di essere se stessi fino in fondo, la sublimazione di una lotta che abbia come unico concorrente il dubbio.
Il dilemma era quello di sempre, un dilemma elementare,

se aveva o non aveva senso il loro amore.....
La ragazza ha due numeri di telefono ma un solo gettone.

20 novembre 2006

Addii


Ritorna
il riflesso
dell'assenza
nel vuoto
di un bicchiere
ormai
finito.

10 novembre 2006

Fermo immagine

"Il ’77 lo vedo con tante immagini, con tante facce, con tante espressioni di giovani, ragazzi e ragazze, che non esistono più. Io ho visto che le facce di quel periodo sono scomparse. Sono scomparse forse perché la faccia ognuno se la fa, con le domande che si pone, e quelle domande forse non esistono più almeno formulate in quel modo. E non esistono più le facce del 1977.
Nel caso del 1977 quelle facce sono comparse e scomparse tutte quante insieme.

...

Uno scrittore morto alcolizzato diceva che è impossibile vivere con una menzogna. Tutti noi sappiamo che è più difficile ancora vivere con certi ricordi. E allora capita che un intero paese rimuova anni della sua storia. Così è stato per il ’77. Lo leggevo negli occhi delle persone che in quel tempo avevano avuto amici, amori. E per continuare a vivere li avevano rimossi.

Mi sono sempre identificato con i rimossi. Ai giovani di oggi, che nelle sere d’estate cercano le storie proposte da ombre che si muovono, vorrei mostrare le ombre dei giovani di venti anni fa. Con le loro storie, distrutte per sempre".

Tano D'Amico

Passano i giorni, passano i mesi, i nostri sogni chi li avrà spesi


Ho scritto questa cosa un bel po' di tempo fa per un'amica, un tentativo di leggere i pensieri che ne popolavano la vita del momento. Nel ricopiarla qui, gliela dedico ancora una volta.

Mezzanotte di una notte come tante
passata avanti al solito bicchiere
20 anni e un'esistenza già pesante
da vivere finché c'è ancor da bere.

Mezzanotte di una notte già vissuta
stesse domande, sogni, sensazioni
una di quelle in cui nemmeno aiuta
portarti dietro 3 o 4 canzoni.

Mezzanotte di una notte senza amore
il letto vuoto, il cuore ancora pieno;
mentre ti scopri a inseguire un odore,
tua è la mano che ti accarezza il seno.

Mezzanotte di una notte silenziosa
solo una penna, un foglio e un'altra sigaretta
quand'è già tanto avere qualche cosa,
perché più niente in fondo ci si aspetta.

Spunta l'alba in una notte ormai finita
come quel vino in cui ormai senti di affogare,
mentre una voce dentro di te grida:
"Com'è che non riesci più a volare?".

02 novembre 2006

Tafelpoesie



versi scritti sulla tovaglia di carta di un locale in una sera d'autunno


Macchiato e logoro
come tovaglie

che hanno visto
troppi vini
cammino
solo
cercando sollievo
in albe
improbabili
senza treni
o stazioni.

Il bandone
dei giorni

è semichiuso
ancora
ma l'insegna
spenta
è ormai
da tempo.


Versa un ultimo

bicchiere
cameriera
dei ricordi
versane un altro

e fammi
compagnia.
Figlia del tempo
bevi e fammi
forza
soltanto un altro
poi
scapperò
via.

30 ottobre 2006

..Vuoi mettere risorgere, Paz!



"Mi sono mosso perché era inevitabile che lo facessi
Mi sono messo a disegnare perché era inevitabile che lo facessi

Mi sono messo a disegnare perché dovevo raccontare quello che vedevo...."
Andrea Pazienza

23 ottobre 2006

Il pellegrino


Bianco e nero, così come la bellissima foto di copertina. L'inquadratura si apre su una rivista di più di tren'anni prima, indugiando sulla fotografia di un giovane cantautore allora emergente. Stacco. Un uomo cammina in mezzo al deserto americano; incorniciata tra la sabbia e le montagne se ne distingue solo la sagoma, che avanza a passi calmi ma costanti. L'inquadratura si fa più vicina: l'uomo cammina lungo un binario - forse morto - e porta una chitarra su una spalla; c'è una galleria da attraversare e ancora l'immagine restituisce solo i contorni della figura, che per quanto sappiamo potrebbe essere uno dei tanti hobos che hanno ripercorso quei binari più e più volte. All'uscita della galleria, la luce svela i tratti dell'uomo: in apparenza è lo stesso di quella fotografia, solo che più vecchio, ma sarà poi davvero lui? cammina seguendo i binari, solo, lui e la sua chitarra, e si lascia dietro anche i treni che si son fermati in qualche stazione senza nome (eh sì, ne ha fatta di strada nel frattempo!). Di fronte a lui è di nuovo deserto, ma continua a camminare, perché la strada ha ancora arcobaleni da restituirgli: anche se la chitarra rimane ancora sulle spalle, l'uomo ha ancora voglia di suonare, e così accompagna i suoi passi verso il tramonto aiutandosi con un'armonica, mentre la sua ombra si allunga sul deserto.
L'uomo continua per la sua strada: sul volto un sorriso tra il consapevole ed il beffardo abbandona l'inquadratura, lasciando solo le ultime luci sul deserto a far da corollario alla sabbia. E' il vento ad avere l'ultima parola, chiudendo il vecchio giornale e portandolo con sé....
Look at that old photograph...is it really you?

19 ottobre 2006

I primi anni del secolo, macchinista ferroviere


Ieri mi è capitato di rileggere, sul blog di un amico, un vecchio post che parlava di treni e partenze e prendendo spunto dal suo incipit, che citava la bellissima Irene di Vecchioni, mi sono fermato a riflettere di come nella canzone italiana le train songs siano praticamente assenti, al contrario di quanto avviene negli Stati Uniti, dove questo genere di canzoni rappresenta tradizionalmente un filone consistente della produzione musicale del paese.
E non è un caso che, cercando di ripensare a quali potessero essere le train songs della tradizione italiana, mi siano venute in mente solo canzoni di autori che dalla musica americana sono stati chi più chi meno influenzati: tra gli altri, il Bubola di "Questo lungo treno" e, ovviamente, l'autore della canzone che dà il titolo a questo post.
Ben diverso è il caso degli Stati Uniti dove, fin dalla sua comparsa, il treno ha fatto da necessario contrappunto al mito della frontiera (tra l'altro, una delle espressioni più comuni è "lonesome whistle": il fischio del treno è un fischio solitario), fornendo gli strumenti materiali alla crescita del giovane paese e diventando, al contempo, anche un luogo d'elezione dove potessero emergere tutte le contraddizioni che questa stessa crescita andava seminando. Così i grandi merci che viaggiavano verso Ovest portavano carbone ed acciaio, ma erano al contempo il mezzo principale di locomozione per gli hobos in cerca di quel "giardino dell'Eden" rappresentato dalla California: il caldo riparo di un vagone diviene quasi una culla in cui addormentarsi col ritmico martellamento dell'acciaio sulle rotaie come ninna nanna, la ninna nanna dell'hobo, appunto.
Il treno, quindi, nell'immaginario americano diviene contemporaneamente un mezzo di sfruttamento e di risoggettivazione, l'espressione tangibile del mito della frontiera, l'immagine di tutta la forza propulsiva di un paese che vuole crescere ad ogni condizione e, per sovramercato, anche il mezzo di trasporto che accompagna amori finiti, in corso o che devono nascere. Tutto questo è splendidamente riassunto da una delle più belle train songs mai scritte, City of New Orleans di Steve Goodman.

CITY OF NEW ORLEANS (Steve Goodman)

Riding on the City of New Orleans
Illinois Central Monday morning rail
Fifteen cars and fifteen restless riders
Three conductors and twenty-five sacks of mail
All along the southbound odyssey
The train pulls out at Kankakee
Rolls along past houses, farms and fields
Passin' towns that have no names
Freight yards full of old black men
And the graveyards of the rusted automobiles

Good morning, America, how are you
Don't you know me, I'm your native son
I'm the train they call The City of New Orleans
I'll be gone five hundred miles when the day is done

Dealin' cards with the old men in the club car
Penny a point, ain't no one keepin' score
Won't you pass the paper bag that holds the bottle
Feel the wheels rumblin' 'neath the floor
And the sons of pullman porters
And the sons of engineers
Ride their father's magic carpet made of steam
Mothers with their babes asleep
Are rockin' to the gentle beat
And the rhythm of the rails is all they dream

Good morning, America, how are you
Don't you know me, I'm your native son
I'm the train they call The City of New Orleans
I'll be gone five hundred miles when the day is done

Night time on The City of New Orleans
Changing cars in Memphis, Tennessee
Half way home, and we'll be there by morning
Through the Mississippi darkness
Rolling down to the sea
And all the towns and people seem
To fade into a bad dream
And the steel rails still ain't heard the news
The conductor sings his song again
The passengers will please refrain
This train's got the disappearing railroad blues

Good night, America, how are you
Don't you know me, I'm your native son
I'm the train they call The City of New Orleans
I'll be gone five hundred miles when the day is done

Good morning, America, how are you
Don't you know me, I'm your native son
I'm the train they call The City of New Orleans
I'll be gone five hundred miles when the day is done