27 aprile 2007

La poesia della rivolta



La serata comincia con un paio di maledizioni nei confronti del traffico che, facendomi arrivare in ritardo, mi impedisce di sentire i due pezzi d'apertura fatti da picchio e la prima parte del set dei fratelli severini, ma all'ingresso sono subito abrracci con i numerosi amici in platea (per quelli sul palco bisognerà attendere la fine del concerto).
L'occasione si chiama Poesia e Rivolta, ovvero il tour che i Gang e Claudio Lolli stanno portando in giro per l'Italia da qualche mese: due set separati, che ricalcano più o meno parzialmente i loro usuali concerti ed un finale insieme di grande intensità, con Marino e Claudio a duettare su Poco di Buono ed Anna di Francia (ahimé mutilata della sua ultima parte) e gli Zingari a fare da chiusura.
Salutata la partenza di Marino e Sandro, eroici nel ripartire in notturna da Sezze verso l'Emilia dove avrebbero avuto un concerto il giorno dopo, una piacevole sorpresa: la cena con gli altri due moschettieri, Claudio e Paolo (Capodacqua, il suo chitarrista e fraterno amico), si è trasformata via via in una piola improvvisata: chitarre che spuntavano fuori da ogni dove ed un pianoforte che ho pensato bene di colonizzare per una jam session che si è protratta fino a notte fonda, alternando Guccini a Creedence, De Gregori alla Pfm e ai Pink Floyd, e che mi ha regalato il vaffanculo amichevole di Claudio, quando scherzando l'ho invitato a cantare The Guns of Brixton.
Non è proprio questione d'amore, è qualcosa di più.....

12 aprile 2007

God bless you, Dr. Kevorkian

Ero già pronto a scrivere d'altro oggi, così come avrei voluto che l'occasione per parlare di lui fosse di ben altra natura. Invece così non è stato...
Arrivederci, Kilgore Trout!

"Questo è il racconto dell'incontro di due uomini bianchi, solitari, macilenti e abbastanza anziani, su un pianeta che andava rapidamente morendo.
Uno dei due era uno scrittore di fantascienza di nome Kilgore Trout. A quel tempo non era nessuno e immaginava che la propria vita fosse finita. Si sbagliava: in seguito a quell'incontro, divenne uno degli esseri umani più amati e rispettati della storia.
Colui col quale s'incontrò era un rivenditore d'auto, un concessionario della Pontiac di nome Dwayne Hoover. Dwayne Hoover era sul punto d'impazzire.

- State a sentire:
Trout e Hoover erano cittadini degli Stati Uniti d'America, Paese per brevità chiamato direttamente America. Questo che segue era il suo inno nazionale, un'autentica cretinata, come tante altre cose che quel Paese era portato a prendere sul serio:

Oh, dimmi, distingui alla prima luce dell'alba
quella che salutammo con tanta fierezza all'ultimo
bagliore
del crepuscolo?
Le cui larghe strisce e lucenti stelle,
per tutto il periglioso scontro
di sugli spalti vedemmo fileggiare
eroicamente?
E la rossa vampa dei razzi, le bombe
deflagranti nell'aria,
per tutta la notte prova ci diedero
che la nostra bandiera era ancora lì.
Oh, dimmi, ondeggia ancora quel vessillo
a stelle e strisce
sulla terra del libero e sulla patria
del prode?


- C'erano un milione di miliardi di nazioni nell'Universo, ma la nazione alla quale appartenevano Dwayne Hoover e Kilgore Trout era l'unica ad avere, chissà perché, un inno nazionale costellato di punti interrogativi.
Ecco come si presentava la bandiera di quella nazione:


A proposito di questa bandiera, quella nazione aveva una legge che nessun'altra nazione aveva a proposito della propria. E quella legge diceva: “La bandiera non deve essere abbassata davanti a nessuna persona o cosa”.
Abbassare la bandiera era una forma di saluto amichevole e rispettoso che consisteva nel portare la bandiera con tutta l'asta quasi fino a terra, per poi sollevarla di nuovo.

- Il motto della nazione di Dwayne Hoover e Kilgore Trout, che - in una lingua che nessuno più parlava - significava Dalla molteplicità l'unità, era il seguente: E pluribus unum.
L'inabbassabile bandiera era una bellezza e l'inno e il motto insignificante magari non avrebbero avuto molta importanza, non fosse stato che per questo: un bel po' di cittadini erano a tal punto ignorati, ingannati e insultati, da ritenere di aver forse sbagliato Paese, o addirittura pianeta, e da pensare che chissà quale orrendo errore fosse stato commesso. Se quel loro inno e quel loro motto avessero menzionato l'equità o la fratellanza, la speranza o la felicità, se in qualche modo le avessero auspicate per quella società e per i suoi beni reali, essi ne avrebbero tratto un po' di conforto.
Se poi studiavano le loro banconote in cerca di qualche indicazione sulla natura del loro Paese, trovavano, tra tante altre fessate barocche, la riproduzione di una piramide tronca con sopra un occhio raggiante, così:

Neppure il presidente degli Stati Uniti sapeva cosa significasse esattamente. Era come se il Paese dicesse ai propri cittadini: «Nell'insensatezza è la forza»."

da "Breakfast of Champions" di K. Vonnegut

04 aprile 2007

Il dominio e il sabotaggio

Una canzone italiana, stavolta; ancora una volta una canzone di parte. Della parte dove alcuni di noi hanno scelto sempre di stare, la parte della gioia, della lotta, della vita.

CECCO IL MUGNAIO (Mercanti di Liquore)

Forza venite gente, correte, correte, è scoppiata la guerra!
Vi si comanda perciò di prender le armi e lasciar questa terra
il vostro re vi guida alla vittoria, ritornerete carichi di gloria

E tutti quanti dicon di si, e sono già pronti a partire
soltanto Cecco il mugnaio stavolta ha deciso di disobbedire


Forza venite gente, correte, correte, è scoppiata la fame
Vi si comanda perciò di portare a palazzo ogni avanzo di pane
il vostro re dev'essere nutrito, venite a soddisfare il suo appetito

E tutti quanti dicon di si e sono già pronti a partire
soltanto Cecco il mugnaio decide di nuovo di disobbedire


Forza venite gente, correte, correte, è scoppiato il dolore
Vi si comanda perciò di non bere più vino e non fare all'amore
il vostro re si strugge nel tormento, quindi si faccia eco al suo lamento

E tutti quanti dicon di si e sono già pronti a partire
soltanto Cecco il mugnaio, continua tranquillo a disobbedire


Forza venite gente, correte, correte, è scoppiata la peste
Vi si comanda perciò di chiudervi in casa e serrar le finestre
dimenticate dunque questa vita, il vostro re dichiara che è finita

E tutti quanti dicon di si, e sono già pronti a morire
soltanto Cecco il mugnaio decide di nuovo di disobbedire


Ora il villaggio è deserto e nelle contrade non c'è più nessuno
freddo percorre le strade un vento cattivo, fratello del fumo
resta soltanto Cecco che ride a gran voce tra i muri di corte
disobbediente alla fame, alla sete, al dolore e persino alla morte.

03 aprile 2007

Ritagli

Compagno sembra ieri eppure ne è passato di tempo......

Torno ad aprire questo blog dopo giorni in cui è rimasto forzosamente sopito per le peregrinazioni e gli impegni del suo autore, e mi rendo conto di quante delle situazioni e delle sensazioni vissute in quest'ultimo periodo ne siano rimaste fuori.
Avrei dovuto parlare di Bruxelles e della sua luce del nord, di musicisti di strada e di bistrot dove l'odore dei waffel appena fatti si mischia a quello più familiare del caffè. Di bouquinistes dall'accento che tradisce la lontana origine italiana che fanno da unica cesura alla lunga teoria di cioccolate di varia natura in grado di solleticare l'appetito anche delle persone meno gastronomicamente curiose.
Avrei dovuto parlare di Kris e del suo concerto. Da solo - chitarra, voce e armonica - ha regalato le sue storie migliori, storie di naufragi personali e di demoni interiori, storie di lotta e di libertà, storie d'amore.
Avrei anche dovuto parlare del novello "capelli corti generale", accolto nella maniera più acconcia, al suo ingresso nel tempio del sapere e della pletora di reazioni da questo suscitate.
Di Marghera, che mi ha restituito un fine settimana di straordinaria ricchezza umana, prima ancora che politica e splendidi tramonti sulla laguna di Venezia.
Avrei dovuto.....

16 marzo 2007

A vent'anni si è stupidi davvero?

VINGT ANS (Léo Ferré)

Pour tout bagage on a vingt ans
On a l'expérienc' des parents
On se fout du tiers comm' du quart
On prend l'bonheur toujours en r'tard
Quand on aim' c'est pour tout' la vie
Cett' vie qui dur' l'espac' d'un cri
D'un' permanent' ou d'un blue jean
Et pour le reste on imagine
Pour tout bagage on a sa gueul'
Quand elle est bath ça va tout seul
Quand elle est moche on s'habitue
On s'dit qu'on est pas mal foutu
On bat son destin comm' les brèmes
On touche à tout on dit je j'aime
Qu'on soit d' la Balance ou du Lion
On s'en balance on est des lions...

Pour tout bagage on a vingt ans
On a des réserv's de printemps
Qu'on jett'rait comm' des miett's de pain
A des oiseaux sur le chemin
Quand on aim' c'est jusqu'à la mort
On meurt souvent et puis l'on sort
On va griller un' cigarette
L'amour ça s'prend et puis ça s'jette
Pour tout bagage on a sa gueul'
Qui caus' des fois quand on est seul
C'est c' qu'on appell' la voix du d'dans
Ca fait parfois un d' ces boucans
Pas moyen de tourner le bouton
De cett' radio on est marron
On passe à l'examen d' minuit
Et quand on pleure on dit qu'on rit...

Pour tout bagage on a vingt ans
On a un' rose au bout des dents
Qui vit l'espace d'un soupir
Et qui vous pique avant d'mourir
Quand on aim' c'est pour tout ou rien
C'est jamais tout c'est jamais rien
Ce rien qui fait sonner la vie
Comme un réveil au coin du lit
Pour tout bagage on a sa gueule
Devant la glac' quand on est seul
Qu'on ait été chouette ou tordu
Avec le temps tout est foutu
Alors on maquill' le problème
On s'dit qu'y'a pas d'âg' pour qui s'aime
Et en cherchant son coeur d'enfant
On dit qu'on a toujours vingt ans...

20 febbraio 2007

Parole, parole, parole


"Siamo pervasi di parole inutili, di una quantità folle di parole e di immagini. La stupidità non è mai muta né cieca. Il problema non è più quello di fare in modo che la gente si esprima, ma di procurare loro degli interstizi di solitudine e di silenzio a partire dai quali avranno finalmente qualcosa da dire. Le forze della repressione non impediscono alla gente di esprimersi, al contrario la costringono ad esprimersi."

G. Deleuze

14 febbraio 2007

Canadian Whiskers



...No non è un errore di scrittura: si parla proprio di gatti, anzi di un gatto in particolare. Un gatto che, come viene a ricordarci il suo nome, buddy - che di volta in volta potrebbe essere tradotto come amico, fratello, compagno - sta dalla nostra stessa parte della strada. E su quella strada cammina portandosi dietro una valigia, da poter aprire sotto un cielo stellato ogni volta che decida di fermarsi in qualche posto, magari la piccola città di minatori narrata in questa canzone, che provo a trascrivere qui con una dedica particolare a Franco.

STRIKE (Ry Cooder)
I got off the train one evening
in a little miners' town
I started walkin' up the main street
when the sun was goin' down
when I heard the boys were singin'
so I went to see what for
might just be a birthday party
and it might be room for just one more.

But they were miners and their families
they have left the mine that day
walked out for safe conditions
on strike for decent pay
and they sang about their struggle
and their spirit never fail
"keep your hand upon the dollar
and your eye upon the scale".

"Union miners stand together
heed no operator's tale
keep your hand upon the dollar
and your eye upon the scale".

All at once police came running
they came running everywhere,
they broke up the miners' meeting
and carried everyone to jail
but the miners kept on singing
and they sang the all night long
as the sun goes up in the morning
I have learned that miners' song.

Well the judge he asked the police captain
"what's that red cat doin' here?"
"get all the reds off the street, sir
was your orders loud and clear".
Now they turned me on the jailhouse backdoor
but I wouldn't leave my miner friends
I jumped out to the jailhouse window
and I sang that miner song again.

"Union miners stand together
heed no opeator's tale
keep your hand upon the dollar
and your eye upon the scale".

Libertà va cercando, ch'è sì cara...



"D'altra parte, non credo all'esistenza di qualcosa di funzionalmente e- per sua propria natura - radicalmente liberatorio. La libertà è una pratica. Dunque, può sempre esistere, in effetti, un certo numero di progetti che tendono a modificare determinate costrizioni, ad ammorbidirle, o anche ad infrangerle, ma nessuno di tali progetti, semplicemente per propria natura, può garantire che la gente sarà automaticamente più libera; la libertà degli uomini non è mai assicurata dalle istituzioni e dalle leggi che hanno la funzione di garantirla. E' questa la ragione per cui, in realtà, la maggior parte di queste leggi e di queste istituzioni possono essere aggirate. Non perché esse siano ambigue, ma perché la "libertà" è una cosa che deve essere praticata."
M. Foucault

04 febbraio 2007

Ribelli



"L'utopia sta all'orizzonte. Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi.
Faccio dieci passi e l'orizzonte si allontana di dieci passi.
Per quanto cammini, non la raggiungerò mai.
A cosa serve l'utopia? A questo: serve a camminare"
Edoardo Galeano

03 febbraio 2007

Sestri Levante


Poi forse quest'inverno sarà freddo

e ci sarà la neve

e conterò ordinatamente i figli
quelli persi in teatro
quelli lasciati agli altri
mi curerò le zampe dalle schegge di vetro
farò più lunghi i passi per non guardare indietro.
Parlerò con le stelle
parlerò con le stelle
parlerò con le stelle.

Esterno. Notte di mezzo inverno. La ragazza si incammina sola su un marciapiede che le sembra troppo vuoto. Non è abituata agli inverni senza neve della metropoli, e i passi le risuonano ancora più solitari. Ogni passo, un pensiero...ad altri inverni e alla sua serenità di bimba affrontata a palle di neve, a inverni più recenti scaldati da bicchieri di vino rosso e da un corpo di donna, a una mancanza troppo presente.


E la ragazza andava via leggera

che pareva volare

si portò via ordinatamente i sogni
a ogni passo piccina
così bene lontana

guardandola di schiena pensai: "È la prima volta
che lei sta con un altro

e che non me ne importa"
e ho finito di amarla
oggi ho smesso di amarla

ho finito di amarla.


E' difficile lottare coi ricordi! Svaniscono proprio mentre stai per assestar loro il colpo decisivo, come pugili abili a schivare ogni affondo. Così il pensiero di lei. Lei che era stata una delle poche persone che la ragazza avesse sentito di amare veramente. Lei che, da quando la loro storia era finita, non le aveva mai risparmiato la propria immagine vicino a qualcun'altra. Lei che la ragazza si era detta più volte di non amare più, non riuscendosene mai a convincere fino in fondo.



Darei un soldino per un tuo pensiero

se pesasse una piuma

ed è un po' poco quando in altri tempi

ti ho promesso la luna

e l'ho presa fra i denti:

così ho detto ai soldati
che non c'è più battaglia
molti scrivono a casa
qualcuno se la squaglia.
Ma faranno l'amore
ma faranno l'amore
ma faranno l'amore.


La ragazza ora è sola nella sua stanza. Parole che scorrono su uno schermo si sostituiscono al suono di quella voce che ancora le provoca un misto di disagio e turbamento. La ragazza ha smesso di lottare: non è più tempo di farsi del male, vuole specchiare i suoi occhi in un colore diverso dal rosso di un bicchiere appena rabboccato. Forse non oggi, ma anche lei tornerà presto a sentire un altro corpo sotto le sue dita, a leggersi la vita in un altro paio di occhi, a sentirsi raccontata da altre parole.



Io perderò i capelli lentamente

vicino a qualche donna

lei sarà lei d'estate fra la gente
come un granchio di sabbia
felice finalmente
e guardandola uscire dall'ultimo concerto
pensai che forse è meglio per lei avermi perso
oggi a Sestri Levante

oggi a Sestri Levante

oggi a Sestri Levante.

30.01.2007


"Voi non potete fermare il vento
gli fate solo perdere tempo...."

24 gennaio 2007

Wonderful Copenhagen




Ho sempre amato il mare. Qualcuno potrebbe facilmente ironizzare che sia a causa del mio nome o del mio essere doppiamente pesci, segno ed ascendente, ma ovviamente i motivi, se di motivi si può parlare per qualcosa che attiene anche e soprattutto alle sensazioni, vanno ricercati altrove.
Forse un buon punto di partenza potrebbe essere rubato alla definizione del cielo dell'eterno soldato vecchioniano: "è troppo grande per capirlo al volo", definizione che potrebbe condividere con un altro amore della mia vita, i gatti, entrambi diffidenti per natura, difficilmente pronti a darsi subito, ma pronti a leccarti qualsiasi cicatrice, una volta conquistato il loro segreto.
Ed è da una città di mare che adesso scrivo, un mare totalmente diverso dal mio mediterraneo, un mare livido e profondo, che oggi è trapuntato da piccoli fiocchi di neve caduti da poco, come una piccola metafora delle partenze e dei ritorni che alla stessa acqua spesso si accompagnano.....
Il destino dei marinai....ma, forse, questa è un'altra storia.

AMSTERDAM (Jacques Brel)

Dans le port d'Amsterdam
Y a des marins qui chantent
Les rêves qui les hantent
Au large d'Amsterdam
Dans le port d'Amsterdam
Y a des marins qui dorment
Comme des oriflammes
Le long des berges mornes

Dans le port d'Amsterdam
Y a des marins qui meurent
Pleins de bière et de drames
Aux premières lueurs
Mais dans le port d'Amsterdam
Y a des marins qui naissent
Dans la chaleur épaisse
Des langueurs océanes

Dans le port d'Amsterdam
Y a des marins qui mangent
Sur des nappes trop blanches
Des poissons ruisselants
Ils vous montrent des dents
A croquer la fortune
A décroisser la Lune
A bouffer des haubans
Et ça sent la morue
Jusque dans le coeur des frites
Que leurs grosses mains invitent
A revenir en plus
Puis se lèvent en riant
Dans un bruit de tempête
Referment leur braguette
Et sortent en rotant

Dans le port d'Amsterdam
Y a des marins qui dansent
En se frottant la panse
Sur la panse des femmes
Et ils tournent et ils dansent
Comme des soleils crachés
Dans le son déchiré
D'un accordéon rance
Ils se tordent le cou
Pour mieux s'entendre rire
Jusqu'à ce que tout à coup
L'accordéon expire
Alors le geste grave
Alors le regard fière
Ils ramènent leur batave
Jusqu'en pleine lumière

Dans le port d'Amsterdam
Y a des marins qui boivent
Et qui boivent et reboivent
Et qui reboivent encore
Ils boivent à la santé
Des putains d'Amsterdam
De Hambourg et d'ailleurs
Enfin ils boivent aux dames
Qui leur donnent leur joli corps
Qui leur donnent leur vertu
Pour une pièce en or
Et quand ils ont bien bu
Se plantent le nez au ciel
Se mouchent dans les étoiles
Et ils pissent comme je pleure
Sur les femmes infidèles

Dans le port d'Amsterdam
Dans le port d'Amsterdam.

23 gennaio 2007

The road and the rose of San Joaquin



Una melodia che viene da lontano, da altri confini ed altri viandanti. Parole che parlano di sogni e di rimpianti, di compagni di viaggio e di strade percorse, cattive strade le si potrebbe definire, rubando le parole ad un cantautore nostrano, lette sui volti ammicanti dei gitani che danzano e narrate dagli ambulanti che popolano delle loro voci ogni miglio di cammino. Mutevoli come granelli di vita sparsi dal vento di città in città, sospesi tra quelle stesse strade e la rosa di San Joaquin.


TRAMPS AND HAWKERS
(Jim Ringer)

I choose to see not the things that be or the miles and the years that have gone
I pay no heed to tomorrow's need, I'm blinded by the snow and the sun
Till all I can see is my darling and me, like young flowers blooming in spring

Like flowers we grew and no other I knew but the rose of the San Joaquin

The gypsies dance while stealing a glance at a seed that might blow in the wind

And the fields are worked in a sweat-stained shirt, then the workers move on again

And the tramps and hawkers with stories wild beguile a young boy's dreams

Enticing me to leave my home and the rose of the San Joaquin


I've watched the rise of light in the sky where the sun climbs out of the sea

Seen giants fall in mountains tall where the lumbermen cut down the trees

I've played in the sand with the Gulf Coast wind, fell asleep in the grass tall and green

But nowhere I've been would I go back again except to the San Joaquin


Well, the road back home is hard and it's long and the miles they turn into years

And the tramps and hawkers in every town, oh God, but it brings me to tears

When I got home I found just a flower on a mound where it shamed the green grasses of spring

It grew from the grave of my darling little girl, the rose of the San Joaquin

Oh see us today out on your highway or asleep in the doors of a train

See the gypsies dance with their damn knowing glances, hear the peddlers shout out their refrain

And who's gonna care, and who's gonna share all the joys and sorrows we've seen?

Like ghosts we roam without friends or home, these tramps and hawkers and me

Like ghosts we roam without friends or home, these tramps and hawkers and me

21 gennaio 2007

Frammenti di un discorso amoroso



There’ll be no strings to bind your hands

Not if my love can find your heart
And there’s no need to take a stand

For it was I who choose to start
I see no need to take me home
I’m old enough to face the dawn


E' l'alba, e la ragazza è sola. Porta ancora addosso l'odore di un amore consumato finalmente senza l'obbligo di un tempo scandito da una convivenza che le va stretta. E insieme al giorno le nascono dentro speranze che cerca di soffocare nel dubbio di un domani incerto e di un presente senza troppe domande. Mentre ascolta i suoi passi sul selciato si ripete il ritornello di una vecchia canzone americana, confessandosi a mezza voce che per quanto si sforzi non riuscirà mai ad essere fino in fondo un vero angelo del mattino.

and thanks, for the trouble you took from her eyes
I thought it was there for good so I never tried.

La ragazza si ferma di colpo a guardare la sua immagine riflessa nei vetri di un negozio appena aperto. Per un momento torna a sentirsi desiderata, ad immaginarsi che gli sguardi di qualcuno dei passanti che incrocia incidentalmente siano rivolti a lei, alla sua bellezza che prima di questi giorni portava in giro distrattamente come uno qualsiasi dei suoi abiti una misura più grandi.
Troppe volte si era chiesta se ci fosse in lei qualcosa che non andasse o se quel senso di sconfitta che si portava addosso fosse il retaggio di un'educazione alla sofferenza nella quale, tutt'ad un tratto non sentiva più di riconoscersi.

Then I headed back for home,
And somewhere far away a lonely bell was ringin'.

And it echoed through the canyons,

Like the disappearing dreams of yesterday.


Interno Giorno. La ragazza stringe nelle mani un telefono ancora caldo di lunghi minuti di conversazione e di lacrime che ne hanno lambito i contorni. Non riesce ancora a smettere di piangere su un qualcosa che non si sente di chiamare amore o meglio che non ha nemmeno avuto il tempo di guadagnarsi un nome, quale che esso potesse essere. Ingannata e tradita da quello stesso tempo cui aveva affidato il peso della scelta si sforza di seppellire il rimpianto sotto un cumulo di buone ragioni, senza riuscire ad esserne troppo convinta.

I don't mean to suggest that I loved you the best,
I can't keep track of each fallen robin.
I remember you well in the Chelsea Hotel,
that's all, I don't even think of you that often.

08 gennaio 2007

Il paradiso può attendere


C'è un uomo ormai avanti con gli anni, quell'uomo è rimasto solo e la sua solitudine è ingigantita dalle immagini di una vita comune delle quali ancora si circonda e dai gesti rituali che continua a ripetere giorno dopo giorno. Ha un figlio, con il quale però non riesce a rapportarsi, rappresentando per quest'ultimo il feticcio di tutte le proprie insicurezze e senso di inferiorità. Quell'uomo è stato un campione, forse il più grande della sua categoria, anche se ora si trova costretto a snocciolare gli stessi ricordi patinati a clienti distratti che entrano nel suo nuovo ristorante italiano. Quell'uomo ha una possibilità, "solitudini che si incontrano" direbbe la versione vecchion-nanniniana del gioiello di Kristofferson, e a quella possibilità si aggrappa con tutte le sue forze per poter risalire la china. Anche quando quella possibilità per lui significa varcare la linea, già perché il suo ultimo sfidante ha quello come soprannome, "the line", un soprannome ironicamente accostato al fittizio nome che gli è stato assegnato Mason Dixon (strana ironia della sorte per un pugile di colore dei bassifondi che si è emancipato ed è diventato un campione famoso avere come nome Mason Dixon e per sovramercato "the line" come soprannome, quasi a voler rimarcare con insistenza quella linea che per anni ha diviso fisicamente gli Stati Uniti e che è continuata e continua ad esistere ancora più o meno immaterialmente nell'immaginario di più di una persona).
Sabato ho visto Rocky Balboa....e non ne sono affatto pentito :-).

30 dicembre 2006

La morte verrà all'improvviso


Ci sono pochi argomenti che hanno attraversato qualsiasi forma di espressione artistica fin dalle epoche preistoriche e uno di questi è sicuramente la morte: dalle rappresentazioni pittoriche all'interno delle piramidi o delle necropoli in genere alle lamentazioni funebri, tra i primi esempi di lirica corale nella grecia antica, dallo sviluppo di tutta l'arte cristiana (che tra santi, martiri e cristi, di morti ne ha viste non poche) ai kaddish, non ultimo quello pubblicato negli anni '50 da allen ginsberg.
E di morte parlano anche, come suggerisce il nome stesso, le murder ballads, ballate (e quindi liriche o canzoni) dove si narra di omicidi, spesso intrecciati a sentimenti di amore di varia natura (erotico, filiale...). Molte delle murder ballads più famose fanno parte del corpus di ballate anglo-scozzesi raccolte da Francis James Child le quali, giunte in territorio americano con i pellegrini, dopo vari mutamenti sia linguistici che narrativi, ne vennero a costituire un importante patrimonio musicale (sentito a tal punto proprio dalla tradizione folk statunitense che, per dirne una, joan baez a questo repertorio ha dedicato due dischi).
Tra l'altro, Lord Randall, una delle murder ballads più famose del corpus childiano, ha un incipit che a più di uno dovrebbe ricordare qualcosa:
Where did you go, Lord Randall my son?
Where did you go, my beloved one?
E come non citare il meraviglioso concept album di Nick Cave, "murder ballads" appunto, che pescando tra musiche tradizionali e brani scritti per l'occasione, disegna con la sua bellissima voce dieci affreschi sospesi tra l'amore e la morte (solo per segnalarne una, consiglio di ascoltare il duetto con Kylie Minogue "where the wild roses grow").
Ma di murder ballads ne sono state scritte anche in italiano, da eri piccola così di fred buscaglione a lella di edoardo de angelis, fino ad arrivare all'ultimo disco dei Del Sangre, impreziosito, tra le altre cose, dalla bellissima Marcella, au revoir

MARCELLA, AU REVOIR (Del Sangre)

Non saranno i fiori che appassiscono
a parlarmi di com'eri tu
e una foto che imprigiona un attimo
a scaldarmi il cuore un po' di più
Io non ho mai più versato lacrime per te
devo dire però che eri bella marcella, au revoir

Non saranno i tuoi profumi ancora qui
e i tuoi finti quadri di van gogh
e le tue poesie a farmi commuovere
io non ti rimpiango neanche un po'
se all'inferno o in cielo un giorno tornerò da te
devo dire però che eri bella marcella, au revoir

Non saranno i dischi che ti regalai
a suonarti marce funebri
non sarà l'incenso che ti avvolgerà
a portare via i tuoi uomini
ho il riscosso il prezzo del tuo vivere più in là
devo dire però che eri bella marcella
devo dire però che eri bella marcella
devo dire però che eri bella marcella, au revoir.

21 dicembre 2006

Metafisica del confine


Difficilmente, se si volesse stilare una sorta di abecedario americano, la lettera B potrebbe essere occupata da un termine diverso da border. Il tema del confine è infatti uno dei protagonisti più presenti sia nell'immaginario che nell'universo lessicale statunitense, fin dal tempo della nascita della nazione. Veri o figurati che fossero, l'intero sviluppo della storia americana ha visto svolgersi una continua dialettica tra open range e fence, tra spazi aperti e steccati posti a difesa di quelli che andavano divenendo, di volta in volta, confini, appunto.
Confini più o meno immateriali, come quelli che per più secoli hanno proceduto lungo la linea del colore e confini più tangibili come il lungo muro che, dal Texas alla California, dovrebbe servire a tenere lontani i messicani e gli irregolari in genere. Persino la porta verso il regno dei cieli è vista come un confine da attraversare (d'altronde dio e gli ostacoli da superare costituiscono un'interessante semplificazione del calvinismo tramandato dai pellegrini) e gli stessi termini che si usano per l'uno vengono interamente assorbiti dall'altro (e qui mi verrebbe da citare la bellissima ride'em jewboy di kinky friedman, "ride along the old corral").
Ma il border non è una categoria neutra, sul confine si vince e si perde, si ama, si nasce e si può anche morire, magari d'inverno in mezzo alle nevi della california....

CALIFORNIA SNOW (Tom Russell)

I'm just tryin' to make a livin'
I'm an old man at thirty-nine
With two kids and an ex-wife
Who moved up to Riverside
I'm workin' down on the border
Drivin' back roads every night
Mountains east of El Cajon
North of the Tecate line.

Where the California summer sun
Will burn right through your soul
But in the winter you can freeze to death
In the California snow.

I catch the ones I'm able to
And watch the others slip away
I know some by their faces
And I even know some by name
I guess they think that we're all
Movie stars and millionaires
I guess that they still believe
That dreams come true up here.

But I guess the weather's warmer
down in Mexico
And no one ever tells them
‘bout the California snow.

Last winter I found a man and wife
Just about daybreak
Layin' in a frozen ditch
South of the interstate
I wrapped ‘em both in blankets
But she'd already died
The next day we sent him back alone
Across the borderline.

I don't know where they came from
Or where they planned to go
But we carried her all night long
Through the California snow.

Sometimes when I'm alone out here
I get to thinkin' about my life
Maybe I should go to Riverside
And try to fix things with my wife
Or maybe just get in my truck
And drive as far as I can go
Away from all the ghosts that haunt
The California snow.

Where the California summer sun
Can burn right to your soul
And in the winter you can freeze to death
in the California snow.

Tracce d'un'estate ungherese


Pochi tratti
sopra un foglio
bianco

Il mio volto
è diventato
questo
per te
ragazza
senza nome
incontrata
in un giorno
di silenzio

Pochi tratti
e tu mi hai
trasformato
in carta scritta
che si può
buttare

11 dicembre 2006

Dal Valdarno al West

Una cornice familiare e splendida come sempre, due amici cantautori, vino e tequila come se piovesse....una canzone su una terra vicina, che ha il sapore delle grandi ballate tex-mex del border americano.

SANTA BARBARA (Massimiliano Larocca)

E' l'ora dell'ultimo pasto
ma in strada qualcuno è rimasto
a prendere i gatti alla fune
a tirare sassi nel fiume.

Nessuno si fa più domande
nessuno azzarda risposte
mentre i mesi trascorrono lenti
a Santa Barbara.

Mio padre lavorava in miniera
dall'alba alle nove di sera
e portava a casa soltanto
due semi di zucca e tabacco.

Novanta piedi nel sottosuolo
novanta metri sul territorio
il sole non mostra i suoi denti
a Santa Barbara.

Il sole non mostra i suoi denti
a Santa Barbara,
la vita votata al lavoro
piegati alla legge dell'oro.

C'è un uomo stretto in un doppiopetto
che dorme ancora dentro il mio letto
ha preso i frutti delle mie mani
all'ombra di due grandi vulcani.

Il sole non mostra i suoi denti
a Santa Barbara,
la vita votata al lavoro
piegati alla legge dell'oro.

L'inverno del '57
le lampade si sono già spente
la valle ora ha un volto irreale
più simile a un paesaggio lunare.

Mio padre brandiva un piccone
io siedo sopra un braccio motore
scavando alla luce del giorno
a Santa Barbara.

06 dicembre 2006

I segni sulla pelle

Ho scritto queste poche righe durante le giornate del marzo parigino, con la dedica ad una cara amica, i cui frammenti di vita ho cercato di catturare, rubando parole ad un libro allora letto da poco.

Un libro. Uscito al momento giusto, ma letto solo adesso, dopo un numero di anni troppo breve per segnare una distanza, comunque serrata dalla continuità che caratterizza le nostre lotte. Un libro che sarebbe stato il regalo ideale per accompagnare una nuova partenza.

"Mi ero immaginata cento motivazioni, ma non che avessi paura di una storia d'amore. Non mi sembra molto rivoluzionario come comportamento, ma ognuno vive le proprie contraddizioni e quindi...."

Chissà se la ragazza pensava queste stesse parole vedendosi seduta accanto a quel filosofo forse ancora troppo ragazzo a dispetto degli anni che la sua faccia pubblica gli impongono di avere.... Chissà cosa si sarebbe vista rispondere ad una considerazione del genere?
Corre lento il pullman lungo le strade di una penisola che, ad attraversarla tutta ti sembra sempre non debba finire mai, tra i messaggi e le telefonate dei compagni ed il desiderio misto ad invidia di quelli che non hanno potuto esserci.
In ogni caso, senza sogni non si va da nessuna parte e si finisce per restarsene in casa con i propri mugugni. Loro a casa non ci sono rimasti, ed è per questo che possono desiderare anche l'impossibile.

Sì, quell'impossibile che, da bambini, avevano appreso dal giovane comandante argentino essere un portato dei sogni dei realisti, l'unica risposta possibile alle domande che la vita gli avrebbe posto giorno dopo giorno. Una continua appropriazione e riappropriazione, dei propri bisogni, di uno spazio che fosse espressione di desideri, di una piazza e di strade sottratte alla necessità ed ai ritmi del capitale per essere un luogo del tempo presente, il luogo del plurale collettivo. E allora anche il viaggio porta con sé una lentezza scandita dalle soste di un noi sempre più grande, talmente grande da potercisi accomodare anche in due.
Il problema è come ricominciare, con quali gesti, con quali parole. Fino ad un attimo prima erano due ex incontratisi per caso in mezzo a decine di migliaia di persone; adesso sono di nuovo due parti di un tutt'uno che guarda il mondo dalla stessa finestra e decide se spalancarla o chiuderla per sempre.

Gli occhi della ragazza hanno visto una città familiare infiammarsi e piangere, colorarsi e resistere; la voce del filosofo ha narrato ed analizzato, si è fatta memoria per chi stavolta non c'era e monito per chi non ci sarà mai.
è lunga la notte che li riporta a casa, ma si sa:
le strade, di notte, hanno bisogno di stelle.